Ho scritto questo racconto per festeggiare il Natale 2008. Avevo iniziato già qualche settimana prima, ma come al solito l'ho finito proprio il 24 xD! Per questo forse alla fine è un po' stringato. Nonostante questo, il messaggio che passa mi pare adatto alla ricorrenza e spero che nel complesso vi possa piacere.
Per alcune tematiche in esso trattate
ne sconsiglio la lettura ai più piccoli. Per capirlo a pieno è infatti necessario intuire le implicazioni di alcuni gesti da me lasciate sottintese.
Testo
24-12-2008 ore 22.30
La campana batteva le undici e le ombre si stringevano attorno a lui. Poteva sentirle come piccole, fameliche dita che gli si infilavano tra i capelli, sotto i vestiti. Pareva quasi volessero portarselo via, trascinarlo verso di loro, verso quel cielo nero e incombente che era pronto a ingoiarlo.
Come le sue dita.
Respirò profondamente, mentre camminava avanti e indietro sul marciapiede, le guance infiammate e i capelli in disordine, il viso coperto da un sudore gelido e nervoso. Aveva freddo, freddo nell'anima e nel corpo. Era il trapasso dal caldo al gelo. Era notte e lui avrebbe dovuto essere da qualche altra parte. Si passò le mani sul collo che gli brulicava di fastidiosi brividi. Erano mani tremanti, incerte.
Come le sue mani.
Si leccò le labbra. Nonostante tutto la sua gola era arida e la lingua impastata. C'era un lampione poco distante da lui, che proiettava la sua fredda luce sulle pietre ai suoi piedi. Pareva un enorme occhio spalancato sul niente, sulla tenebra senza ritorno dove lui si stava nascondendo. E guardarlo gli faceva provare una stretta allo stomaco, perché non era limpido, accogliente, ma accusatore, svelava il mondo senza alcuna pietà.
Come avrebbero fatto i suoi occhi.
Portò le mani in tasca, dove poteva percepire il peso del cellulare, una carezza fredda contro il dorso sinistro, un corpo che non osava stringere e portare all'esterno. E accanto ad esso qualcosa d'altro, di morbido e frusciante. Le sue dita si serrarono spontaneamente. Sbattè gli occhi, confuso, guardando il foglio di sottile carta rossa, scritto con inchiostro color oro. Non credeva di averlo ancora. Anche se risaliva oslo a quella mattina, gli pareva lontano anni luce. Aveva un buon profumo di sapone e acqua di colonia, quel leggero retrogusto infantile che è tipico del borotalco.
Parlava come lei avrebbe fatto.
C'era una semplice frase di auguri, scritta in una minuta e ordinata calligrafia corsiva, quella di lei, con le lettere che tendevano ad arrotondarsi e avvicinarsi pericolosamente. Pareva il movimento delle sue labbra. Sapeva che si doveva essere ripetuta più volte quelle poche parole ad alta voce prima di scriverle: lei faceva sempre in questo modo, anche a scuola, anche quando doveva compilare la lista ella spesa.
Pensò a lei tanto intensamente che si aspettò per un istante la sua comparsa. Ma non sarebbe arrivata, non questa volta, a meno che... Strinse le labbra, sentendo un brivido risalirgli lungo la schiena. Non era più il vento, era paura. Paura che lei non ci sarebbe stata comunque, paura della consapevolezza di aver passato il limite. Due volte. Nella stessa giornata.
Con una sorta di trepidazione sollevò lo sguardo fino al bordo del marciapiede e poi oltre, sempre più lentamente, fino alla macchina. O a quello che ne restava. Fece un passo avanti, pensando che avrebbe potuto fare qualcosa, ma si bloccò. Ivan era ancora là dentro, non usciva. Da quasi mezz'ora. E lui non aveva nessuna voglia di indagare sul motivo del suo silenzio.
Lui non era lei, oh no.
E non era molto sicuro che lei lo avrebbe fatto, proprio per Ivan, poi. Proprio per loro due, dopo quella mattina. Si appoggiò al muro e sentì gli occhi bagnarsi. Lui, lui stava piangendo?
Come lei, come lei quella mattina.
24-12-2008 ore 13.00
La campanella appesa alla porta trillò allegramente, mentre lui si faceva strada all'interno. Immediatamente il tepore del negozio lo avvolse, sottraendolo alla morsa del freddo. Sentì il naso pizzicare, mentre la circolazione ritornava normale e si spogliava i guanti assaporando quella piacevole atmosfera. Tutto attorno a lui gli scaffali ricolmi di dolci natalizi parevano volersi riversare sul pavimento bagnato da lampade dorate. Qualcuno si affrettava a fare gli ultimi acquisti, alcuni bambini strillavano esigendo questo o quel prodotto, ma in generale la calma regnava sui volti dei presenti. Come sempre lì dentro, il tempo pareva concedersi una pausa e appoggiarsi sulle spalle della padrona e delle sue commesse.
Erano in tre a gestire quel piccolo luogo, ma solamente una gli interessava veramente. La vide subito, seduta sulla solita sedia foderata di rosso, la testa inclinata di lato e gli occhi sfuggenti e pensierosi. Occhi di ghiaccio, così la chiamavano, per quel colore così azzurro, brillante ed espressivo al quale nessuno riusciva a sfuggire. Aveva pettinato i lunghi capelli biondi rendendoli gonfi e setosi, in modo che catturassero la luce ambrata e la lasciassero scorrere sulla loro superficie d'oro. Una bellezza nordica, come testimoniava il colorito etereo della sua pelle.
Non lo vide subito, come suo solito si rinchiudeva nei propri pensieri e sfuggiva alla realtà che la circondava. Pareva che i suoi dolci e i suoi studi fossero gli unici compagni con i quali veramente rivelava se stessa. Era sempre stata un mistero per lui, da quando si era seduta per la prima volta nel banco accanto al suo, poggiando il suo sguardo caparbio sulla classe, scrutandoli ad uno ad uno come se potesse leggere dentro di loro.
La salutò con la mano, guardandola riscuotersi e sorridergli con quella sua aria che pareva sempre un po' beffarda, quasi che la vita per lei fosse soltanto una banale barzelletta.
“Sei venuto anche oggi” constatò senza smettere di sorridere, mentre avanzava verso di lui con i suoi lunghi passi misurati. Indossava jeans e maglietta rossa, con un foulard bianco al collo. Le donavano molto quei colori natalizi, parevano illuminare ancora di più il viso e le labbra dipinte di un sommesso color pesca.
“Come potrei non comprare i tuoi biscotti proprio oggi? Ricordi, avevamo deciso che li avrei regalati ai miei questa notte” la guardò, sentendo che il suo tono suonava innaturale. Sapevano entrambi che non ci sarebbe stata nessuna festa in casa sua quella sera, nessuna a cui lui avrebbe partecipato. Eppure non si stancavano di ripetere quel rito ogni fine settimana, quando lui passava a ritirare il solito sacchetto, pieno ogni volta di un dolce diverso.
“Questa volta ho scelto una forma speciale. Spero ti piacerà”. Gli mise in mano il piccolo involto, legato da un nastro rosso. “C'è anche un biglietto” aggiunse, mentre le loro mani si sfioravano. Parve arrossire per un istante, ma già pochi secondi dopo la sua solita espressione vaga si era stesa su quel volto di porcellana.
“Passo a trovarti stasera? Così ti faccio gli auguri...” l'aveva detto in modo apparentemente disinteressato, ma lui sapeva quanto ci tenesse alle consuetudini. Era parte del suo carattere metodico e ordinato, era uno dei motivi per cui andavano tanto d'accordo. Lei badava a lui, a lui piaceva avere una seconda madre oltre che un'amica così affezionata.
Aggrottò la fronte. “Mi dispiace, stasera esco a festeggiare con amici”. Avrebbe dovuto essere orgoglioso: era la prima volta, dopo anni di isolamento, che qualcuno dei ragazzi del paese lo invitava a stare con loro. Lo aveva desiderato ardentemente ogni sabato sera, quando loro due sedevano sul divano a guardare film e a sgranocchiare patatine. Eppure ora uno strano disagio lo animava.
“Vai con Ivan, vero?” lo fissò, e nei suoi occhi si poteva leggere una chiara accusa. Non le piaceva Ivan, lo aveva sempre guardato con diffidenza. Era un'antipatia reciproca. Per lei era troppo dissoluto, troppo incosciente, per lui Occhi di Ghiaccio era una secchiona qualsiasi, pedante e priva di qualsiasi interesse.
Chinò il capo, sentendosi stranamente colpevole. “Ci divertiremo...” cercò di obiettare, ripensando a quando loro due sedevano attorno al tavolo a condividere dolci e a giocare ai suoi vecchi giochi di società. Ricordò i suoi capelli sotto la luce, e poi il buio nell'attesa della mezzanotte, e quegli occhi che parevano rubare i riflessi della luna.
Lei ritrasse le mani da lui, scuotendo il capo con disapprovazione. Aveva sempre cercato di proteggerlo e ora lo vedeva fuggire via, come se i giorni che avevano passato insieme fossero solo un noioso preludio a quelle giornate.
“Ci vai un po' troppo spesso, con quella compagnia. Porta guai, non mi piace” protestò, con la voce ridotta ad un soffio.
Avrebbe perfino potuto convincerlo a restare con lei, se in quel momento la porta non si fosse aperta di nuovo, e Ivan non avesse fatto il proprio ingresso. Perfino il suono della campanella parve uno stridente eco alla sua risata. Fece qualche passo e lasciò scivolare le dita della mano destra tra i capelli neri e ricci del suo nuovo amico. Lo strinse, forse amichevolmente, provocandogli un gemito di dolore.
“Allora, possiamo andare?” i suoi occhi verdi e provocatori si poggiarono prima su di lui, poi sulla ragazza.
“Sabina, gli hai fatto un regalo. Sei veramente gentile”. Si sentiva che la stava prendendo in giro, ma lei non arretrò di un passo.
Tutti temevano Ivan, i suoi nemici si allontanavano appena sentivano il rombo della sua macchina sportiva o intravedevano l'orlo della sua giacca candida. Ma non lei. Erano entrambi intelligenti, entrambi sufficientemente furbi da capire che non ci sarebbe potuta essere una lite in quel locale. Ed erano tutti e due dominanti. Rispetto a loro, Giovanni si sentiva piccolo e succube.
Ivan tese la mano libera, lasciando che il polsino della camicia scivolasse all'indietro, liberando il ricco orologio d'oro. Guardò l'ora con disattenzione, poi fissò gli scaffali ricolmi e infine di nuovo l'amico e la ragazza. Pareva aver meditato qualcosa nel frattempo, perché sulle sue labbra si dipinse un sorriso ironico.
“Sarà ormai ora che tu smonti, vero? Potremmo riaccompagnarti a casa. Diglielo anche tu, Giovanni”. La sua voce era dolce, suadente, ma nascondeva una velata violenza, come la stretta che ancora non aveva abbandonato la testa del ragazzo. Gli occhi costretti a guardare a terra, fissi sulla punta delle scarpe lucidate di Ivan che fronteggiavano quelle da ginnastica di Sabina, biascicò qualche confuso invito a portarla a casa.
Lei rimase in silenzio qualche attimo, le dita che tamburellavano sul bancone, gli occhi che cercavano quelli di lui ma non riuscivano a incontrarli. Alla fine annuì riluttante, mentre indossava il suo cappottino bianco, quello che le aveva regalato il Natale precedente.
Montarono in macchina, una bella macchina, lei e Ivan davanti, Giovanni dietro, le gambe schiacciate contro i sedili. Se prima gli era parsa una cattiva idea, ora uno strano senso di pericolo lo pervadeva. Quei due, seduti uno vicino all'altra, parevano due cariche esplosive sul punto di esplodere. Dalla sua posizione poteva vedere soltanto le dita lunghe e sottili del suo nuovo amico strette attorno al volante, mentre un margine dei pantaloni eleganti copriva il tacco dei mocassini.
“Dicono che sei molto bella, Sabina, o almeno Giovanni la pensa così” esordì ad un certo punto l'autista, rompendo il silenzio teso che li avvolgeva. “Altrimenti non capisco come mai debba passare con te ogni fine settimana”.
Giovanni si sentì raggelare, mentre cercava di vedere la reazione della ragazza. Pareva non avesse nemmeno sentito, gli occhi fissi verso l'esterno, le mani appoggiate in grembo e serrate a pugno, le nocche livide.
“E' strano, però, che tu non abbia ancora nessun fidanzato con cui spendere il tuo tempo. Dimmi, ti diverte tenere prigioniero il mio amico? Oppure fa parte del tuo piano. Perché se stai semplicemente cercando compagnia possiamo accontentarti anche senza tutte questi sotterfugi”.
Lei di nuovo non rispose, anche se sulle sue guance pallide era sorta un'ombra scarlatta. Era fiera, troppo, per abbassarsi a ribattere.
“Ivan, ora mi pare...”
Senza dire nulla, improvvisamente, l'altro inchiodò. Giovanni venne sbalzato in avanti, il viso contro la pelle del seggiolino, le mani occupate a sorreggersi. Quando alzò lo sguardo rimase annichilito. Ivan aveva afferrato Sabina per il mento, obbligandola a guardarlo, e ora cercava di poggiare le labbra sulle sue. Rideva, mentre si protendeva verso il sedile di lei, immensamente più forte, più pericoloso, più temibile di quanto lei potesse essere. Era legata, e Giovanni poteva vedere la sua mano destra che cercava di slacciare inutilmente la cintura di sicurezza.
Erano più vicini che mai, in quello stretto spazio di auto sportiva, tanto che poteva sentire il profumo dei capelli di lei e quello del costoso profumo che Ivan usava di solito. Avrebbe anche potuto colpirlo, dirgli di smetterla, implorarlo di lasciarla andare. Invece rimase in perfetto silenzio, percorso da brividi continui di paura e di confusione, le mani contratte e le gambe molli. Si ripeteva che non stava accadendo nulla, che probabilmente era soltanto un sogno.
Fu ancora lei a fare qualcosa. Un morso, probabilmente, perché Ivan ricadde all'indietro, le labbra che colavano sangue, imprecando ad alta voce in un modo che fece impallidire l'amico. Prima che potesse riprendersi, la ragazza era già in piedi sul marciapiede, il cappotto semi aperto sulle spalle, i capelli arruffati ma ugualmente brillanti.
E gli occhi, quegli occhi stupendi, che parevano emanare fiamme. Non fissavano Ivan, non fissavano il posto che aveva fino a un attimo prima occupato. Guardavano lui, e l'accusa che pronunciavano era tremenda. Non ebbe nemmeno bisogno di parlare, mentre si portava le mani alle labbra. Non c'erano lacrime in quegli occhi, solo rabbia. Erano veramente fatti di ghiaccio e quel gelo parve diffondersi anche in lui.
Ben presto ripresero il viaggio, la macchina che si allontanava, riducendo Sabina a un punto immobile dietro di loro.
Non rimase a sentire le osservazioni di Ivan. Mentre annuiva distratto aprì il pacchetto che lei gli aveva dato. C'era un biglietto e tanti biscotti con il cioccolato a forma di cuore. Sentì una stretta allo stomaco, ripensò alle sue mani che glieli porgevano, e poi a quelle stesse mani strette attorno alla cintura di sicurezza, che cercavano di liberarsi. Desiderò vomitare, pensò che avrebbe dovuto dimenticare.
24-12-2008 ore 23.00
Aveva bevuto troppo, altrimenti si sarebbe accorto prima che il muro stava davanti a loro e non più alla loro destra. Se fosse stato più attento, più sobrio, si sarebbero salvati entrambi. E invece era semplicemente rotolato fuori, in preda a strani spasmi, e si era trascinato fino a quel punto, da dove non aveva alcuna intenzione di muoversi. Faceva freddo, da qualche parte le campane di una messa suonavano lugubri.
Non sapeva cosa fare, a chi chiedere. Nella sua mente le ultime ore di festa erano avvolte da un alone di vaga euforia. Voleva dimenticare, per questo si era lasciato trascinare. Ed ecco che tutti i ricordi tornavano più vivi che mai nei suoi incubi ad occhi aperti. C'era una sola cosa che avrebbe potuto fare. Ribatteva nei suoi pensieri come un rullo di tamburi, eppure gli appariva come una sicura condanna.
Desiderò poter piangere, ma non aveva più lacrime. E aveva sonno, tanto sonno, una stanchezza innaturale. Tolse il cellulare di tasca, guardò lo schermo illuminato che gli ferì lo sguardo. Selezionò il numero al quale aveva pensato per tutto il pomeriggio e per tutta la sera. Chiamare o non chiamare? Avrebbe potuto dormire un po' e poi decidere. Pareva che sedendosi, lasciandosi andare, il calore aumentasse un po'. Sarebbe bastato chiudere gli occhi.
Mentre scivolava verso terra, la vista che si annebbiava, premette il tasto di chiamata.
“Giovanni, che vuoi? Hai pure il coraggio di chiamare?” la voce fuoriuscì imperiosa dalla cornetta, penetrando nella coltre di indifferenza che lo avvolgeva. Pareva adirata, sì, ma non ricordava più per quale motivo.
Lasciami stare. “Sabina” tutto lì, solo un soffio, solo il suo nome, quello che più gli interessava.
Un attimo di silenzio, poi la voce di lei risuonò inquieta. “Cosa c'è? Dove sei? Cosa stai facendo?”
Cosa sono? Dove sono? Cosa sto facendo? Lesse ad alta voce il nome della via e il numero civico della casa proprio sopra di lui.
O forse era sotto? Tutto si confondeva nella sua mente, tutto pareva ruotare e ricadere su di lui, come se il mondo avesse deciso di gettarlo in un quadro di Picasso. Ricordava che era stata lei a spiegargli cosa volesse significare quel tipo di pittura.
Sabina...
24-12-2008 ore 23.30
Sentì qualcosa di caldo sul viso, poi attorno al corpo. Socchiuse gli occhi, sebbene un dolore lancinante gli perforasse le tempie. Qualcuno stava sfregando con forza le sue mani, e pareva che mille spilli si diffondessero ovunque nel suo corpo. Le immagini erano sfuocate, ma qualcosa di bianco dominava il suo campo visivo. Si sforzò per mettere a fuoco e quasi balzò indietro. Era un cappotto bianco, morbido, di quelli con la cintura in vita. Lo riconosceva, perché era stato lui stesso ad acquistarlo, scegliendolo per i suoi bottoni coperti di lustrini argentati. Sarebbe stato perfetto su di lei, questo aveva pensato pagando il conto e infilando il pacco nella grande borsa di plastica.
Non riusciva a vederla in viso, ma riconosceva il suo profumo. Borotalco e sapone, misto a quell'aroma di cioccolato che tanto gli piaceva. E quelle mani, ferme e un po' sudate, erano certamente le stesse che quella mattina gli avevano porto un sacchetto colmo di biscotti.
C'è anche un biglietto.
Aggrottò la fronte, cercando di ricordare. Poi quegli occhi, gli Occhi di Ghiaccio, lo fissarono carichi di preoccupazione. Aveva le labbra strette, ma quando lo vide sveglio sorrise. Non era più il sorriso che prende in giro la vita, ma vero e proprio sollievo. Annuì soddisfatta, continuando a sfregare vigorosamente le sue dita.
Riacquistando sensibilità si accorse che attorno al suo viso era stata avvolta una sciarpa di lana: era quella a dargli il senso di tepore che aveva sentito all'inizio. Mosse la lingua, sentendo che gli obbediva e che quel senso di oppressione era un po' passato.
“Sei venuta?” domandò incredulo, aspettandosi che ora lei lo rimproverasse o gli rinfacciasse il torto subito quella mattina.
Lei rimase in silenzio per un po', come se ci stesse riflettendo. “Eri in pericolo” spiegò, poi trasse un respiro “E sei importante”.
Si guardarono e lesse in quegli occhi qualcosa di profondo e scuro, più che materno, più che amichevole. Era come una strana vibrazione, che si propagava alle labbra e a quel corpo sottile e minuto. Ripensò a come l'avevano vista assottigliarsi, in lontananza, andandosene in macchina.
“Ivan...”
“Arriverà l'ambulanza, l'ho chiamata” parve incupirsi, ma non aggiunse altro.
Lo aveva frainteso. Scosse il capo, sperando di poter in qualche modo porre rimedio ai propri errori. “Ha sbagliato. Io...io ho sbagliato. Avrei dovuto...”
Un dito gli si appoggiò sulle labbra, mentre lei scuoteva il capo. Nuovo rossore si diffuse sul suo viso. Si era tolta i guanti per infilarli a lui e le sue mani erano molto fredde.
Si alzò in piedi, prendendogliele tra le proprie, obbligandola a guardarlo. Era ancora debole, ma il muro lo sosteneva e aveva bisogno di finire il proprio discorso. Non sarebbe stato zitto, non questa volta.
“Avrei dovuto dirti prima che eri importante per me. Avevi ragione tu. Hai sempre avuto ragione” sentì la testa che gli girava di nuovo, ma non era importante. Avrebbe potuto anche morire, ma doveva farle sapere che gli dispiaceva. Lei era venuta, comunque, e questo destava in lui un'ammirazione illimitata.
“Avresti dovuto lasciarmi qui eppure sei venuta comunque”.
Lei gli sorrise, mentre scuoteva il capo. Trasse di tasca una barretta di cioccolato ancora avvolta nella carta argentata. Gliela porse. “Ti darà un po' di energia. È Natale, non puoi passarlo in ospedale. A casa mia c'è ancora posto per un giocatore”. Sorrideva, si vedeva che le parole di lui le avevano fatto piacere.
E nei suoi occhi brillò una luce presente, viva, vera, che li fece diventare ancora più limpidi.
Abbassò la testa, accostandola all'orecchio di lei. Era fredda, tremava. “Grazie di tutto, Sabina” sussurrò, stringendola a sé per passarle parte del proprio calore. “E perdonami se puoi”.
La sentì trattenere il respiro, mentre appoggiava il viso sulla sua spalla, le mani premute contro il suo petto. “Non importa, Giovanni”.
In lontananza arrivava un'ambulanza. Qualcuno gridò dentro la macchina. Ivan doveva essersi svegliato. Li insultava, intimando loro di tirarlo fuori e di scappare con lui, poi li supplicava, perché non voleva gli dessero la responsabilità dell'incidente. Chiamava Giovanni, lo chiamava amico, gli suggeriva con la sua voce suadente di non farsi abbindolare da quella Occhi di Ghiaccio.
Lei fece per muoversi, quasi volesse aiutarlo, ma lui la trattenne. Ci avrebbero pensato i soccorsi, e per quanto ne sapevano loro lui era da solo in macchina al momento dell'incidente. La prese per mano e la trascinò con sé lungo la strada, lontano dal lampione, da quella via, da quella notte e anche dalla mattina. Lei rideva, stranamente emozionata, si lasciava ingoiare dall'ombra per poi riemergere.
La strinse a sé, poggiò le labbra sulle sue. Sapevano di cioccolato, di sudore, di paura. Sapevano di lei e di lui, e di quella notte di Natale.
Da qualche parte una campana suonò dodici colpi, davanti a loro la macchina di Sabina era come un animale addormentato nel parcheggio deserto. Erano tutti a festeggiare, anche loro sarebbero stati parte di quella moltitudine festante tra poco.
Dodici colpi che gli infusero una gioia euforica e inaspettata, completamente diversa da quella provava ubriaco insieme a Ivan.
Si fermò, impedendole di salire al posto di guida. La guardò negli occhi, leggendovi la sua stessa emozione. Sopra di loro la luna era piena e maestosa sovrana. Pareva donare ai capelli e al viso di lei luce propria, quasi fosse una dea. Era una visione indimenticabile, che gli tolse il fiato.
“Buon Natale, Sabina” le disse quasi balbettando, mentre passava un braccio dietro la spalla di lei.
Sentì il suo respiro umido contro il collo, il suo peso lieve.
“Buon Natale, Giovanni”.
Ora sì, ora poteva essere un Buon Natale. Lo pensarono entrambi, mentre quegli occhi di ghiaccio si chiudevano, affidandosi a lui.