Vts - Contest Estivo

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Dopo sedici anni senza guerra si può dire di aver trovato la pace? Coloro che un giorno sono stati eroi, potranno ora accettare di non essere più nulla? E cosa accadrebbe se, all'improvviso un antico benefattore tornasse, deciso a ristabilire l'ordine che gli Umani hanno contribuito a modificare? Se costui decidesse di risvegliare ciò che Dorme, di far cessare i Sogni? Tenete molto agli umani e alle Razze? No? Molto bene. Perchè tutto cambierà. Ma non temete: quando tutto ciò accadrà... Sarete chiamati.[Nuova Terra - Il Ritorno dell'Incubo]



*-_ Titolo del Sito _-*

On the Altar Steps

Un luogo imprecisato, un anno imprecisato, notte di Pasqua

E' buio. Questa è la notte. La notte in cui si crea il vuoto. Non c'è alcun dio a proteggere gli uomini in questa notte d'attesa. Risorgerà, ma manca ancora del tempo, e chissà, forse questa volta non ne avrà la forza, forse li abbandonerà tutti. Per millenni li ha accompagnati, si è rialzato ogni volta, e loro ogni volta hanno piantato i chiodi più in profondità.

Eppure non li ha mai traditi, mai dimenticati. È sempre stato al loro fianco, nel bene e nel male, conducendoli lentamente, prendendo loro la mano. Tutti i giorni. Nelle ore più scure. A parte in questa notte. Perché egli ora è nel sepolcro, è scomparso.

Questo è l'articolo di un antico patto, siglato prima che l'uomo mettesse piede su questa Terra. Un patto firmato tra il Padre e l'Angelo Caduto. I Luminosi avrebbero regnato sull'umanità, avrebbero avuto l'ultima parola, avrebbero avuto il potere per sempre. Esclusa una notte, escluse poche ore di buio in cui i Caduti avrebbero avuto campo libero.

Non è una grande concessione, bensì quasi una beffa, e lui non poteva non rendersene conto. Eppure, dopo tanto tempo, ancora apprezza quei pochi attimi di respiro. Può camminare sulla Terra senza che essa arda al contatto con il suo corpo, può immergersi nelle acque senza che queste si ritraggano o fuggano la sua pelle. Può mescolarsi agli uomini senza che provino paura o disgusto nel guardarlo. Un modo come un altro per sentirsi vivo, una volta sola all'anno, e poi morire lentamente i restanti, infiniti giorni.

Ha attraversato i secoli in questo modo, e molto è cambiato. Ricorda ancora le case sprangate, gli esorcismi, i feticci appesi ai balconi. Ricorda come le croci venivano esposte per impedirgli di passare, con la speranza che lui non avesse il potere di andare ove preferisse, di prendersi tutto ciò che avesse desiderato.

Adesso le tapparelle sono sollevate e calde luci filtrano sulle strade percorse da una maratona di macchine. Fari gialli e rossi tracciano lunghi nastri sull'asfalto e non si curano affatto del viaggiatore solitario, uno come tanti, che passeggia con le mani in tasca, la testa china, gli occhi vigili e attenti. Una volta se ne sarebbero accorti subito. Sarebbe bastato vedessero la cicatrice sulla sua guancia destra perché lo rincorressero armati di acqua santa e incenso. Ora tutt'al più gli rivolgevano occhiate di compatimento.

Sorride. Non è più solo lungo i marciapiedi. Molti altri umani animano quella notte, in cerca di svago, di un modo per passare quelle ore non più così terribili, non più così importanti. Lo superano parlando al cellulare, guardando l'orologio con supponenza, urtandolo perché era troppo lento. E lui li lascia fare.

Gli piace sentirsi parte di quella folla, lasciarsi trasportare dalla marea umana. In un qualsiasi altro giorno il contatto con la sua mano, con il suo viso, avrebbe carbonizzato all'istante i figli di Adamo. Ma quella notte può permettersi di essere uno di loro. Socchiude gli occhi, inspirando il forte odore di fritto e tabacco che fuoriesce dai ristoranti e dai locali affacciati lungo la via. È niente, come tutti loro, non è altro che un'ombra che presto scomparirà. All'alba lui perderà la propria forza, dovrà tornare nel proprio regno scuro e freddo, e loro non se ne accorgeranno neppure.

Ogni tanto qualche giovane donna lo guarda. I loro occhi interessati, i loro sorrisi, i sussurri che scambiano con le amiche, provocano in lui un insolita voglia di ridere. Gli ricordano Eva, la prima donna, la Donna, quella che aveva tentato, aveva amato, e che ogni giorno cerca di ritrovare. La sa in cammino, ma dove? Lontano da lui, lontano dal peccato con cui lui l'ha sprofondata. Quelle sono solo pallidi riflessi di lei, della bellezza originaria, dei suoi occhi d'oro e delle labbra rosse come la mela che le aveva porto. E sono volgari nei loro gesti e nei loro poco velati apprezzamenti. Può leggere le loro anime, i loro peccati veniali e insulsi al confronto della grandiosità di quello di lei. Non avrebbero mai potuto interessarlo, non quelle.

Qualcuna lo chiamava perfino, invitandolo a sedersi. Allora deve sollevare il bavero della giacca e stringersi nelle spalle come se si stesse recando altrove e non avesse tempo. Volendo le potrebbe trascinare con sé, potrebbe macchiare una volta di più il panno della loro grigia purezza, ma non è compito suo. Ci penseranno altri Caduti. Questa notte vuole essere giudice e osservatore di altre verità, di altri aspetti della vita degli umani.

Una spirale sottile di fumo lo avvolge, i suoi occhi vengono catturati dall'ennesima luce. Sono come perle di ghiaccio, come polle d'acqua limpida nella torbida insicurezza di questa strana notte. Qualcosa ha attirato il suo interesse. Non è un posto peggiore di tanti, ma un gran numero di ragazze si accalca all'interno, si affaccia alle finestre. Nessun uomo con loro. Risate sguaiate, battute proibite, canti da osteria. E nessun fidanzato, nessun compagno che si unisca alla mischia. Aggrotta la fronte. È certamente uno spettacolo insolito. Si ferma, e con lui anche la brezza gelida pare sostare. Lo ha seguito fino ad adesso, come un mantello invisibile, e si avvolge alle sue caviglie e alla sua vita sottile, scompigliando i suoi capelli d'oro.

Dal suo corpo emana una luminescenza tenue, lattiginosa, che rende il suo volto ancora più perfetto e lucente. Fa parte del suo potere, anche se è solo il rimasuglio di ciò che è stato, della luce che sapeva creare. Lui era il Portatore di Luce, secondo a nessuno, sottomesso solamente al Padre. Si è voluto ribellare, e ora per guardare la propria luce deve avvicinare le mani agli occhi. Sospira. Almeno nessuna di loro potrà notare l'alone che emana dalla sua pelle.

Saluta tre giovani alla finestra con un cenno della mano. Pensa per un istante che potrebbero appartenere a qualche setta religiosa dove gli uomini non sono ammessi. Ma quelle rispondono, forse attratte dalla sua bellezza, dal suo potere, dal fascino del peccato che questa notte lo ammanta più di tutte le altre. No, dunque, ci deve essere dell'altro. Fa ancora un passo, in modo che possano sentirlo chiaramente.

“Cosa si festeggia?”

La luce che filtra dall'interno lo abbraccia, lo riscalda. Non può fare a meno di sorridere: ogni altro giorno lo eviterebbe, lasciandolo nel buio, ma oggi è più forte, oggi non c'è alcun Dio che può scacciarlo, nessuna natura che può umiliarlo. Agli angoli della bocca si deforma un'espressione vaga di trionfo.

“Un addio al celibato. Domani la nostra amica si sposa”.

Rispondono gaie, gettando indietro la testa e facendo fluttuare i capelli nel vuoto. Alcune sono ubriache, si avvicinano per guardare il nuovo interlocutore. Altre richiamano quelle che hanno parlato. Si deve tagliare la torta, non possono fare tardi.

Il Caduto, Lucifer, si porta una mano al mento, con studiata lentezza. Quella è la sua notte eppure domani una ragazza si sposerà. Potrebbe impedirlo, sarebbe uno smacco sufficiente, un compito importante e adatto al suo rango. Basterebbe riuscire ad entrare, riuscire a parlarle. Questa notte potrebbe spostare le montagne. Si avvia a passo deciso, quando nota una figura in ombra fuori dalla porta.

Si riesce a scorgere solo il bagliore scarlatto della brace e il fumo della sigaretta. Una spirale che si avvolge su se stessa per poi perdersi nel nulla. Effimere, quasi invisibili, le sue labbra si congiungono di tanto in tanto per inspirare, senza emettere alcuno sbuffo di fiato. Non è a festeggiare con tutte. Non può fare a meno di domandarsene il motivo.

Si avvicina, appoggia una mano sul muro, le si accosta. Ora la sua luce è perfettamente visibile, tanto che lui pare illuminato mentre lei è del tutto persa nell'oscurità. Gli occhi di lui, impenetrabili e freddi, cercano di analizzare quei tratti sfuocati. Devono essere belli, raffinati, eppure riesce a percepire distintamente solo la sagoma magra del suo corpo avvolto in un vestito a fiori. Verde, forse rosso, non saprebbe dire, con ricami in un colore più chiaro. Vivace, giovane. Non può che apprezzare.

Al polso della mano sinistra, quella con cui regge la sigaretta, porta un nastro scuro adornato da una rosa. Gli sfugge un sorriso ironico. La sinistra, la mano del diavolo, decorata da un così vistoso ornamento. Tanto tempo prima, quando passeggiava cauto per quelle strade, una giovane donna mancina sarebbe stata subito corretta. Ora invece il suo movimento era spontaneo, senza la minima traccia dell'imbarazzo o della colpa che lui ricordava.

“Non entri a festeggiare?”

Sobbalza, gira di scatto il capo, lo ritrae per poterlo guardare attentamente.

Il tono di lui non era stato brusco. La sua voce era sempre morbida, dolce, sensuale. Sa convincere, avvolgere. Anche in quel momento lo è, più che sempre. Eppure ha avuto paura, e adesso si porta la destra al petto, come per riprendere coraggio e fiato. Pare valutarlo con attenzione, considerare se possa trattarsi di un individuo pericoloso. Incontra i suoi occhi: sono grigi, come l'acciaio delle spade o le rocce più pure sui monti. Occhi profondi e malinconici, di preda stretta nel laccio dall'astuto cacciatore.

China il capo, lasciandogli notare una chioma di capelli insolitamente corti, quasi mascolini, che ricadono lievemente sulle tempie e sulla fronte. Anche il trucco è lieve, quasi assente. Ha visto raramente donne così modeste, quasi mai negli ultimi secoli, quasi mai in giro a quell'ora di notte, nella notte più pericolosa di tutte.

Non gli risponde, forse spera che lui se ne vada, ma non è tipo da cedere. Se ne rende conto ben presto e torna a fissarlo con fastidio, eppure senza fare nulla per allontanarlo. Anche in quel momento, evidentemente, qualcosa di più importante la turba, assorbe parte dei suoi pensieri. Lo si può vedere nel velo che le appanna gli occhi, nei movimenti rallentati che ogni tanto hanno uno scatto improvviso e nervoso.

“Non è divertente” dice infine, e dal suo tono pare proprio che si trovi nel posto più deprimente della Terra.

Il Caduto sorride. Pensa a quello che per lui non è divertente, al gelido regno nelle profondità del mondo, alle ali perdute, alle piume candide e sporche di sangue che ricadevano come proiettili dalle nubi. Pensa ai dannati che gridano con rabbia il suo nome, che invocano il Padre, che come un coro stridente turbano i suoi giorni e le sue notti, senza dargli mai requie. Quello non è divertente, non restare fuori da un locale a crogiolarsi in chissà quale dolore. Ma non può spiegarlo, lei non potrebbe capire, nessuno potrebbe.

“Ehi, non sarà poi così terribile...”

La sua voce, nonostante tutto, è armonica e comprensiva. Le passa una mano sotto il mento, rivolgendola verso di sé, portandola all'interno della propria luce. Nota che ha del rossetto sulle labbra, di un rosso cupo, quasi autunnale. È un particolare piccolo, insignificante, ma che assume per lui un valore quasi ipnotico. Gli ricorda altre labbra, labbra che ancora regnano all'interno dei suoi incubi e che certamente comparirebbero anche nei suoi sogni se lui, Lucifer, potesse sognare.

La coglie di sorpresa, tanto che la sigaretta le cade a terra. Ma nessuno dei due se ne cura. La mano, ora libera, si appoggia sul polso di lui, ma non ha alcuna forza. È tremante, fredda, come quella di una bambina che si sia smarrita in una notte d'inverno. Una mano che non sa pregare, una mano che da tempo non sfiora una croce, un qualsiasi oggetto sacro che per lui sia pericoloso.

Le sorride, ma non allenta la presa. Vuole la sua risposta, ora più che mai. Si sporge in avanti, e un pungente odore di fumo si insinua nelle sue narici. Lo emana dai vestiti, dai capelli, forse anche dalla pelle. La guarda e prova per lei una profonda compassione. Non può fare a meno di pensare allo zolfo laggiù, tra i gironi, e ai capelli delle eretiche che ardono più o meno con il medesimo puzzo di fumo. Anche loro lo guardano con occhi grandi, terribili, e anche loro non riescono a far vibrare in lui che una corda distante e atona.

Ma ora prova pietà, ora, in questa notte in cui non dovrebbero esserci limiti alla sua forza. Non riesce a schiacciare i sentimenti di quella ragazza con un solo gesto, non riesce a sprofondarla definitivamente nel baratro.

“Che succede?” domanda di nuovo, mentre la lascia andare. Ha dovuto abbassarsi per guardarla negli occhi. Ora si risolleva e lei torna ad essere un'ombra vaga.

La osserva frugare nella borsa, muta, estrarre un'altra sigaretta, portarsela alle labbra, constatare di non avere accendino. Allora i suoi occhi incontrano ancora quelli di lui, in una muta domanda.

E lui si sente tentato. Gli basterebbe toccare la sigaretta di lei con il dito per accenderla. Le fiamme sono dentro di lui, proprio come il peccato, proprio come la colpa. Volendo potrebbe coprirsi interamente di fuoco che non lo brucerebbe, i suoi capelli come scintille ardenti i suoi occhi scarlatti quanto la lava vomitata dai vulcani. Ma le farebbe paura. Non vuole. Deve dominarsi per non dare spettacolo di sé, ma riesce comunque a toglierle la sigaretta di bocca e a rivolgerle la schiena prima di farlo.

Forse lei si chiederà perché lui non le dia direttamente l'accendino, ma è un particolare secondario, trascurabile. Sente dentro di sé un richiamo forte. Non si è mai vietato nulla, non dopo che gli Angeli l'hanno scagliato dal Cielo alla Terra. Il tempo di attesa per i suoi inconsulti desideri è sempre stato pari a zero. Aspettare quei pochi secondi gli è costato molto, troppo. Un lieve alone di sudore gli imperla la fronte quando, finalmente, poggia un dito della mano sinistra sull'estremità candida. Subito il tabacco prende fuoco e lui si rilassa, le spalle si distendono, con un gesto fluido restituisce tutto alla proprietaria.

Lei pare spaesata ma non fa alcun commento. Inspira, può sentire il suo cuore battere più forte, può quasi vedere l'indecisione addensarsi nella sua mente. Alla fine pare decidere di fidarsi. Si appoggia al muro cercando maggiore comodità, gli rivolge un timido sorriso stanco.

“E' una vera schifezza” commenta acida, con quella cattiveria che non si sarebbe mai aspettato da una donna tanto giovane.

Ripensa ad altre parole, allo stesso tono, dette dalla Donna. Era stata più volgare, come solo lei sapeva essere, e stava insultando lui. Ma il significato era lo stesso. Il mondo fa schifo, pensò, ed è anche colpa mia. Sorrise, inaspettatamente lieto. Un attimo di follia turbò il suo volto, rivelando quello che nessun umano avrebbe mai potuto vedere.

“Ti sei mai sentito inadeguato?”

La domanda lo rende di nuovo mortalmente serio. Lui, il Portatore di Luce, si era creduto per un tempo indefinito talmente adeguato da poter divenire Dio, più di Dio. La domanda, allora, sarebbe stata superflua. Ma adesso, adesso che aveva perduto, che era precipitato, che era la creatura più infima di tutto l'universo e al tempo stesso la più temuta e la più terribile?

“Continuamente”.

Appena un sussurro, dettato dagli occhi smarriti di quella donna e di tutti gli Angeli che avevano condiviso il suo destino, che si erano aspettati lui non si arrendesse, che ancora credevano che un giorno avrebbero potuto tornare nell'Empireo, da vincitori. Lui solo, forse, aveva capito come stavano le cose. Lui solo aveva pagato la propria libertà prigioniera a caro, carissimo prezzo.

Lei sospirò.

“Non mi era mai successo come oggi”.

Perché si apriva tanto con lui? La notte, forse, forse dell'altro. Rimane in silenzio, rigirando sotto la lingua quelle parole. È fortunata, se solo quella sera ha scoperto di essere inadeguata. Un refolo di vento gelato si insinua lungo i muri. Lei rabbrividisce, questa volta di freddo, perché il suo vestito è davvero troppo leggero. Lui senza pensare la stringe tra le proprie braccia. È innaturalmente tiepido per lei, la temperatura del suo corpo è molto più alta di quella di un semplice umano. E non si sente minimamente imbarazzato. Molti corpi più deboli di quello sono caduti tra le sue mani, molte fanciulle si sono gettate tra le sue braccia. Ma non ha mai sentito nemmeno un decimo di ciò che gli umani chiamano amore. È quello, pensa con rammarico, solo quello che porta poi a provare l'imbarazzo, la piacevole sensazione del contatto.

Almeno ora può sfiorarla senza farle del male, pelle sulla pelle. Lei si irrigidisce, colta alla sprovvista, ma ancora una volta non fa nulla per farlo arretrare. Anzi, appoggia il capo contro il suo petto e si perde a guardare in silenzio il cielo trapuntato di stelle. È molto bello, visto dalla Terra, tanto che anche lui segue la direzione di quegli occhi grigi. Ma visto dall'Empireo, tra le ruote e il Motore Immobile, visto dall'alto come una sfera senza pace...tace, tacciono anche i suoi pensieri tanto è sublime il ricordo, la nostalgia.

Pare che lei desideri condividere con lui quel momento. Forse non se ne rende nemmeno conto, ma una mano avvolge quelle di lui, avvolge e coinvolge i suoi pensieri nei propri. Sospira, e lui può sentire il suo petto alzarsi e abbassarsi con faticosa innaturalezza.

“Se tu dovessi scegliere tra la libertà a una prigionia che potrebbe essere dolce come amara, cosa sceglieresti?”

Pare importante, per lei. Il suo tono si rompe in mille frammenti, perdendosi in un ultima vena di decisione. È orgogliosa, altera, quel fiore sul suo polso pare un monito a chi cercherà di coglierla. Tutte le rose hanno le proprie spine. Tale domanda esige una risposta. Potrebbe mentirle, cercare di capire quale delle due alternative la porterebbe al peccato e sceglierla. Eppure, in questa notte, sente che può essere naturale, può essere il Caduto come un uomo senza che lei noti minimamente la differenza.

Appoggia le labbra tra quei capelli così corti. Profumano. Lacca, cosmetici, trattamenti dalla parruchiera. Profumano di giovane donna che ama curarsi, che si vorrebbe amare. Profumano di risate davanti allo specchio, di preparativi, di dispiaceri soffocati sotto un alone di apparenza.

E ora deve scegliere, tutto quell'insieme, tutti quei capelli, quel vestito rosso o verde con i ricami chiari, quegli occhi e quella mano così piacevole e insolita. Tutto deve scegliere tra la libertà e chissà quale dolcissimo carcere.

Ripensa a sé. Voleva essere libero, aveva combattuto, aveva lottato all'ultimo sangue per essere senza arbitri sopra di sé. Credeva che allora, e solo allora avrebbe realizzato ciò che era veramente. E invece cosa ha trovato? Ripensa alle mura scure, al calore soffocante, alla Giudecca che lo aspetta come un ventre sempre gravido. Ripensa alle grida nell'oscurità, al piano e allo stridore di denti, ai propri inutili e infantili tentativi di fuggire. E poi ricorda Eva, che lui ha corrotto, illudendola che sarebbe stata libera, ben sapendo che si trattava solo di una volgare bugia.

Potrebbe rifarlo? Potrebbe illudere quella donna che la libertà esiste, che la libertà è veramente quello che si aspetta? Per lui, oh, per lui no. Per lui la libertà si è tramutata nella più feroce delle gabbie, nella più dura delle condanne. Ora è libero, sì. Glielo ricordano le occhiate di disprezzo degli Angeli al mattino, gli sputi in viso ogni volta che viene fermato, le percosse quando è stato vinto.

“Talvolta la libertà è il peggior carcere. Talvolta tra le sbarre di una prigione si possono afferrare brandelli di libertà. Talvolta la nostra prigione siamo noi”.

Non le ha risposto. Almeno non l'ha aiutata. Almeno non ha tradito il proprio peccato, il proprio compito.

Lei si gira, ora lo fronteggia, sul suo viso ci sono inquietudine e indecisione. Pare chieda a lui, a un perfetto sconosciuto, cosa debba fare della propria vita. Pare sia veramente, veramente difficile per lei trovare il bandolo della matassa. Vuole una risposta. Non si accontenterà di frasi di circostanza. Vorrebbe dirle che non può rispondere, non lui. Perché qualsiasi risposta sarebbe a un tempo verità e menzogna, gioia e dolore. E lui non può sapere, non può farle veramente del male se non sa cosa esattamente il male sia nella sua situazione.

Passa un dito, uno solo, sulle sue labbra. Toglie con un solo gesto il rossetto che le copre. Tremano, ma non sono gelide come si sarebbe aspettato. Nei suoi occhi brilla una luce malvagia e profonda, carica di desiderio. Ecco. Un'altra tentazione. E lui è il maestro delle tentazioni. Non può lasciare le proprie inesaudite. Nemmeno inespresse.

“Vuoi provare come sia la libertà?”

Lei aggrotta un attimo la fronte, cerca di leggere nel suo sorriso, che è diventato sottile, provocatorio. Cerca di leggere nel suo sguardo che pare ardere, nei capelli d'oro che fanno ombra a quella fronte perfetta. Guarda quella cicatrice lattea sulla sua guancia e forse si domanda cosa voglia dire. Ma poi annuisce, perché deve capire, deve qualsiasi sia il prezzo.

Lui sorride ancora un istante, poi appoggia le labbra su quelle di lei. Ecco cosa non avrebbe mai potuto fare in nessun altro momento. Ecco lo scopo di quella notte. E quel contatto gli ricorda la Donna, anche se solo vagamente. Certo per lei sarà diverso, lei proverà tutto ciò che lui porta come polvere sulla propria pelle. Proverà il peccato, la rabbia, l'invidia, l'ebbrezza, il dolore, la gioia e l'ingordigia. Proverà la dannazione e la beatitudine. E poi potrà scegliere.

Quando si allontana scorge lacrime scendere sulle sue guance. Odia le lacrime. Una sola lacrima, una lacrima di sangue, ha tracciato sul suo volto quel segno indelebile. Non si fermerà ad asciugarle. Annuisce, tetro. Dai suoi occhi sa che lei ora ha scelto. Però non lo vuole lasciare andare. Si stringe a lui, cerca consolazione e calore contro di lui. Non è suo padre, pensa in un moto di stizza, non può salvarla, non certo lui. È quasi buffo, o lo sarebbe se la notte non stesse per volgere al termine.

Vede già avvicinarsi la mezzanotte, l'ora in cui la Risurrezione farà giustizia di tutto il tetro popolo dei Caduti. L'ora in cui perderà ogni straordinaria influenza. Se lei continuerà ad addossarsi a lui morirà prima di potersene rendere conto. Asciuga con un dito, quasi disgustato, le sue lacrime. Sono salate, e tiepide. Sono la cosa che più lo spaventa. Gli Angeli non piangono mai, nemmeno la prima Donna piange. Solo loro, quegli stupidi umani. Ed è stupendo quanto terribile. Fa un passo indietro.

“Hai deciso”.

Lei annuisce. Fruga in tasca, perché inaspettatamente quel vestito tanto leggero ha una tasca, e gli porge un talloncino spiegazzato.

“Sei invitato”.

I suoi poteri stanno tornando quelli di sempre. Un vento più impetuoso scompiglia i suoi capelli esortandolo a scomparire. Non ha mantello, non ha guanti. Rischierebbe di mandare tutto a fuoco. E se si avvicinasse alla luce, o all'erba di un'aiuola, verrebbe subito ingoiato nelle tenebre. Solo pochi secondi, il tempo di salutare. Solo un'ultima maledizione ringhiata tra i denti.

Abbassa lo sguardo. Invitato?

Legge le poche parole sul talloncino. È la partecipazione a un matrimonio. Guarda il foglio e poi lei, alternativamente, mentre comincia a capire. I suoi occhi si spalancano. Poi getta indietro il capo e scoppia a ridere, una risata nervosa, acre, come suo solito, perché non sa più cosa sia la gioia. Una risata divertita, perché sono riusciti a fargli fare una buona azione. Proprio in quella notte, nella notte in cui voleva fare qualcosa di straordinario e insolito. Ebbene, non c'è forse riuscito?

Sta ancora ridendo mentre lei lo saluta e rientra. Ora non lo può più vedere. E la sua risata diventa un ringhio, e il suo corpo comincia ad ardere di fiamme scarlatte e terribili, mentre la sua ira divampa incontrollata. Sì. È divertente, ma non in questa notte. Come hanno potuto ingannarlo a questo modo, fargli perdere il tempo in cui mille anime avrebbero potuto essere trascinate nel suo carniere? E invece una, e solo una, salirà i gradini dell'altare domani, giorno di Pasqua?

Giura vendetta, giura morte, giura castigo. E intanto si lascia avvolgere dal buio e si prepara a ritornare negli inferi, nel suo regno. Ha aiutato a scegliere tra la libertà e la prigione, ha detto parole sagge, perfino. Ha creduto di aver soddisfatto il proprio desiderio e il proprio compito. E ancora una volta si è ritrovato circondato dalle sbarre, dai limiti, che gli sono stati imposti. No. Che si è imposto da solo, come sempre.

Come sempre.

Tutto tace, sopra e sotto la terra, mentre il Portatore di Luce, silenzioso, sorride.

Sarà per la prossima volta, pensa, meditando già un nuovo piano.

Sarà per la prossima sconfitta, si dice, ma ugualmente il suo sorriso non si scompone. Perché lui è libero, sì. Libero di essere prigioniero.



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