Vts - Contest Estivo

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L'umanità è sul punto di morire, solo un altro pianeta potrebbe salvarla, un luogo da abitare...o un luogo da distruggere? Quanti popoli dovranno morire per garantire la vita dell'uomo? Quanti si piegheranno? Quanto può essere importante per dei colonizzatori allo stremo?...Ma se qualcuno non ci stesse? I Prescelti, l'Evoluzione, la magia, l'ombra, i conflitti, due mondi che non sono poi così diversi, una nuova avventura...una Nuova Terra. [Nuova Terra]



*-_ Titolo del Sito _-*

Venere si è Svegliata

C'era una volta, in un tempo che l'uomo non ama ricordare, in un passato immensamente lontano, un artista. Dovremmo dire uno scultore, perché quella era la sua arte. Viveva in un piccolo paese, come molti altri, circondato da una corona di montagne innevate. Al mattino il sole sorgeva dietro le cime, ricoprendole di sanguigni riflessi e di sfumature ambrate, e penetrava attraverso le persiane chiuse fino ad arrestarsi sul viso di lui, sulle sue palpebre ancora gonfie di sonno.

E allora si alzava e si metteva al lavoro, ogni giorno all'alba, perché aveva un sogno. Voleva a tutti i costi realizzare il proprio capolavoro, l'opera più bella della propria vita, quella che gli avrebbe fruttato fama eterna. Sapeva che l'avrebbe riconosciuta, una volta terminata, perché dopo di essa non avrebbe più potuto realizzare null'altro.

Ogni volta che iniziava un lavoro sperava fosse l'occasione buona. A volte sentiva dentro di sé la fiamma dell'ispirazione, il calore che gli infondeva nelle braccia, l'entusiasmo che gli impediva di fermarsi per mangiare o riposare finché la statua non fosse ormai ultimata. Ma ogni volta, guardandola, sentiva uno strano vuoto, una mancanza, un dettaglio imperfetto che lo facevano imprecare. Si allontanava, disgustato, e subito rimpiazzava quel marmo con un blocco ancora grezzo, con un sogno ancora tutto da ricostruire.

Con il tempo la sua ingenua speranza, il suo desiderio, era diventato quasi un'ossessione. In paese, nella piccola piazza che prendeva il sole solo poche ore nel pomeriggio, non lo vedevano più arrivare fischiettando. Il panettiere, il fruttivendolo, si chiedevano se mettesse mai il naso fuori dal proprio studio coperto di polvere candida. Il fattorino, che gli portava il cibo una volta alla settimana, raccontava che era sempre più magro, sempre più consumato. Nei suoi occhi vedeva depositarsi la stessa patina di uniforme grigiore che ricopriva i pavimenti e i tavoli della piccola casa.

I buoni cittadini erano tutti molto preoccupati. Ascoltavano a braccia conserte, pensando alle guance scavate di quel povero ragazzo, agli zigomi sporgenti, alle profonde occhiaie che velavano il suo viso. Non sarebbe più stato capace di fermarsi, sussurravano tra loro. E la sera, prima di coricarsi, rivolgevano una pietosa preghiera a Dio perché lo esaudisse. Cosa sarebbe mai costato a Lui, lassù in alto, dare a quell'anonimo scultore un briciolo di ispirazione, quell'illuminazione che tanto aspettava?

Eppure non accadde nulla per molto tempo, mesi, forse anni. Il lettore deve essere comprensivo, se la povera narratrice non sa essere precisa. Il racconto si è smarrito nel tempo come un puzzle da ricomporre, i suoi pezzi paiono dispersi nel vento. Bisogna tendere attentamente l'orecchio per ascoltare, i primi giorni di primavera, come si sia svolta questa curiosa vicenda.

E raccontano, le brezze dalla voce sussurrante, che una sera anche un bambino si unì alla preghiera di tutti gli altri. Solo, nella sua cameretta, ricordò i discorsi degli adulti. Pensò che fosse una vera sfortuna per quell'eccentrico giovane non riuscire a realizzare il proprio sogno. Congiunse le piccole mani davanti al viso e recitò silenzioso la propria invocazione.

I bambini, si sa, hanno un canale preferenziale che li collega al cielo e alla terra. Forse hanno più fede, forse sono più semplici. Oppure è soltanto una leggenda, una favola nella favola. Ci piace crederlo, ci piace che il lettore lo creda. E si abbia pietà di una povera storia ormai invecchiata, zoppicante forse, ma che non ha perso la propria arguzia.

Le preghiere dei bambini, dicevamo, vengono esaudite con particolare piacere. Chi di noi non l'ha provato? E così, quella notte, l'artista dormiente fece un sogno. Nessuno seppe mai di cosa si fosse trattato, perché non lo volle mai raccontare. Ma, quando le montagne arrossirono di vergogna sotto gli occhi pietosi del sole, egli era già in piedi da tempo a lavorare. Le persiane erano aperte e una luce intensa avvolgeva il nuovo blocco di marmo, candido come la neve appena caduta nelle fredde giornate di dicembre.

Non ne aveva mai posseduto uno di tale purezza, lo aveva tenuto da parte per lungo tempo in attesa dell'occasione buona. Ed ecco, ed ecco che gli pareva finalmente fosse giunta. Aveva accarezzato a lungo la superficie, liscia, tiepida. Come un geloso amante aveva percorso con il polpastrello le belle venature grigie che interrompevano quella perfezione. Gli era parso, nelle ore buie, di leggere attraverso il marmo, di vedervi una figura imprigionata. E adesso sarebbe toccato a lui farla uscire, strapparla alla propria prigione. Ricordava perfettamente quel sogno, ammesso che sogno fosse, ricordava l'opera completa. Avrebbe voluto averla già terminata, ma le mani gli tremavano ed era difficile perfino iniziare. Timoroso, passo dopo passo, iniziò con febbrile desiderio la propria opera.

Non mangiava più, non consumava più il fuoco per scaldarsi, per giorni e giorni rimase insonne. Lo scalpello ticchettava regolare sulla pietra, con passionale violenza, tanto che le prime case del paese potevano udirlo nel silenzio della sera. Si immaginavano il ragazzo, il suo innocente viso, teso nello sforzo di raggiungere ancora una volta il compimento. Certo non potevano sapere, loro, che cosa stesse nascendo tra quelle quattro mura.

Partì a scolpire dalla parte più facile, dal basso, dai piedi. Perfettamente formati, lisci e levigati come cera, candidi come il latte. Uno appoggiato a terra, l'altro sollevato sulla punta, quasi la figura stesse per compiere un passo e scendere a terra. E poi la caviglia, fine, ben tornita, tesa nello sforzo delle gambe di spingersi in avanti. E il polpaccio, dolcemente curvo, come una collina che degrada lenta nel vuoto della valle. Il polpaccio che era solo un inizio, solo una volgare anteprima di quelle due gambe snelle da ballerina. Ora si poteva vedere, sì, si poteva perfino immaginare, quel corpo leggero appoggiato a un balcone, elegantemente sporto, mentre si sollevava in piedi per meglio vedere, per seguire il percorso del sole dietro le montagne.

Ed egli levigò ripetutamente il marmo, finché perfino al palmo della mano sembrò simile a pelle. Freddo, tanto freddo, eppure così vivo. Sembrava sorgesse naturalmente dalla materia grezza, di una bellezza tanto lucente da lasciare perfino l'artista senza parole.

Quando iniziò a scolpire la schiena sentì che ce l'avrebbe fatta, e sul suo viso teso nacque un sorriso infantile, di bambino che vince ad un gioco. Perché quelle scapole erano perfette, semplicemente perfette, niente più che due piccoli solchi. E un altro, più lungo, dall'alto in basso, completava il dorso di quella donna completamente nuda. Sì, ora era chiaro anche che si trattasse di una donna. Nessun'altra creatura avrebbe potuto essere altrettanto aggraziata, altrettanto sinuosa. Il busto eretto, un gomito che iniziava a delinearsi, piegato sul petto, in un tentativo di pudore inutile e superfluo. E le lunghe dita, dita di dama, che si poggiavano sulla pelle già dimentiche del motivo per cui erano state sollevate. L'altro braccio cadeva libero, facendo ruotare il collo e le spalle lievemente verso sinistra. E così si scopriva che i piedi non proiettavano la giovane in avanti, bensì all'indietro. Certo, ella doveva essere affacciata a una finestra, ma d'improvviso il suo amante doveva essere tornato, averla chiamata, ed ecco che ella cercava gli occhi di lui con i propri, cercava il suo corpo che l'avrebbe certamente scaldata, che le avrebbe donato protezione.

Tutto questo pensava lo scultore mentre lavorava, e sentiva formarsi nel cuore una gioia inesprimibile, che gli toglieva il respiro. Risalì lungo il collo, passando l'indice sulla curva della gola, nell'incavo che la collegava al petto coperto dall'avambraccio. Posò un bacio, uno solo, timido, su quel mento che emergeva altero eppure dolce. Con esso nacquero anche due labbra straordinariamente espressive, semidischiuse, in movimento. Presto da esse sarebbe nato un sorriso, anche uno stolto poteva vederlo. E a chi le guardava veniva voglia di rispondere, desiderio di essere destinatario di quell'espressione di devozione e dolcezza.

Sei tornato.

Parevano voler dire, così belle così morbide, fatte apposta per essere baciate delicatamente.

Ti ho aspettato a lungo.

Ma non era un rimprovero, semmai una gaia constatazione. E chi mai avrebbe potuto resistere a tanto abbandono, a tanta dolcezza?

Portò le mani ai fianchi e diede un altro sguardo d'insieme all'opera. Mancava solo la parte superiore del viso, eppure aveva paura. Se avesse sbagliato ora, se anche solo una ciglia non fosse stata al proprio posto, tutto sarebbe stato fatto per nulla. Poteva smettere ora? Poteva aspettare anche un solo minuto, riflettere, pianificare?

No. no.

Aveva visto già ciò di cui aveva bisogno. Temeva anzi di dimenticare. Non sapeva nemmeno da quanto tempo stesse lavorando, eppure già il marmo lo richiamava, già sentiva una voce eterea invitarlo a terminare. Mancava tanto poco, non poteva riposarsi proprio ora, desistere, lasciare perdere.

E così scolpì gli occhi, due occhi meravigliosi che si aprivano al sole e alla vita. Già li immaginava, di un intenso color azzurro verde, pieni di pagliuzze dorate. Occhi per un amante, per un amico, per un padre. Occhi in grado di far perdere la ragione al più attento degli uomini. Occhi in grado di far soffrire e di donare il Paradiso. Sì, lei sarebbe stata la sua musa, la sua creatura, il miglior prodotto di tutta la sua arte.

Quando anche le sopracciglia furono delineate, un tratto più spesso degli altri, e i lunghi capelli mossi, sottili pagliuzze di puro oro nei suoi sogni, furono completati, decise che era giunto il momento di darle un nome. Sarebbe stato quello il vero termine, il vero arrivo.

La guardò, guardò quel corpo splendido, quel gesto di richiamo, quel volto di ragazzina. Ripensò ai propri sogni e all'ispirazione che l'aveva trasportato. Sorrise. L'avrebbe chiamata Venere. Sì, Venere, come la dea dell'amore e della bellezza, perché era certamente la più bella di tutte le cose, di tutte le donne, di tutte le opere.

E gli parve lei sorridesse, acconsentisse, fosse gaia insieme a lui di ciò che aveva deciso.

Venere. È un bel nome.

Annuì, si bello, veramente bello. Aveva avuto una buona idea. Lei non avrebbe mai potuto rispondergli ma era certo che sarebbe stata d'accordo. Perché una fanciulla con un simile viso non poteva adirarsi, non poteva dissentire dal volere del proprio creatore.

Posò la propria mano, mano grezza di lavoratore, su quella stupenda della statua. E subito gli parve di violarla, di commettere un sacrilegio. Fecce due passi indietro, e lei, che avrebbe dovuto arrossire di timidezza, continuò a fissarlo, fredda, immobile.

Sentì qualcosa di pesante depositarsi sul suo stomaco. Come, come mai non reagiva? Ella era nata, le aveva dato la vita, perché non gli rispondeva, perché non gli parlava? Avrebbe voluto piangere e invece rimase impassibile, freddo, proprio come lei.

Capì che non l'avrebbe mai avuta veramente, che non si sarebbe mai mossa. Sarebbe sempre rimasta lì, a guardarlo quasi supplichevole, ad aspettare l'eterno ritorno mentre il tramonto avrebbe per sempre giocato sul suo corpo perfetto. Si passò le mani sulle guance ricoperte di sudore. Che fare? Quando altri l'avessero vista, quando in paese avessero saputo di lei, avrebbero voluto portargliela via. E non sarebbe stato difficile. Era una statua, qualcosa che ci si può caricare sulle spalle, che si può nascondere in un armadio, dietro una porta.

E qualcun altro, alla sua morte, l'avrebbe posseduta, e avrebbe sfiorato quella superficie candida e levigata, e le avrebbe sorriso. E chissà, forse le avrebbero mancato di rispetto, si sarebbero soffermati sulla sua nudità, avrebbero ironizzato sulla mano grezza che l'aveva concepita.

No, non poteva permettere che nulla di tutto ciò accadesse. Doveva porre rimedio allo scempio che, ora ne era certo, qualcuno avrebbe fatto della sua splendida opera. Ma non poteva fuggire lontano, non poteva trasportarla in luoghi sicuri. Nessun posto sarebbe mai stato troppo segreto per lei, per tanto fulgore. E dunque? E dunque?

Perdona, buon lettore, gli artisti che si innamorano delle proprie opere. Essi possono divenire pazzi davanti al prodotto della loro fatica. Possono desiderare che prenda vita, che si animi e cammini davanti a loro con soave grazia. Ma i più non vi riescono, e quindi le loro lacrime si fondono alla gioia della creazione. E tu proveresti pietà per il loro dolore.

Ma se questa fosse una storia come molte altre, caro lettore, non ti sarebbe stata raccontata. Anni e anni or sono, infatti, l'uomo aveva un altro potere sul mondo, la vita aveva un altro modo di fluire da una parte all'altra del cosmo. E gli occhi, e il sorriso, e i tratti di una statua avevano un'altra consistenza, nascondevano altre verità rispetto a quelle che siamo soliti ammirare nei musei polverosi o nei templi abbandonati.

Il giovane scultore cadde in ginocchio, sfiorando con le mani i piedi di quella che era divenuta una divinità ai suoi occhi. Ne invocava il nome, lo gridava con strazio al soffitto, mentre la polvere di marmo gli riempiva il naso e gli occhi. Voleva che lei fosse viva, viva al suo fianco, che quel sorriso non fosse congelato, che quegli occhi potessero sbattere, chiudersi, aprirsi fiduciosi all'arrivo del mattino. Voleva che lei gli sollevasse il mento con la mano e sussurrasse che era lì, che lui non avrebbe più dovuto avere paura.

Ed ecco, ecco che a un certo punto sentì che sotto le dita il marmo diveniva tiepido. Sentì un movimento, come un sussulto. Si allontanò, sbigottito, gli occhi pieni di lacrime, una risata di gioia che affiorava.

Un passo, un altro, e la statua era scesa dal proprio piedistallo. Da quel corpo candido cadevano piccoli frammenti di pietra che lasciavano il posto a una pelle rosea e delicata, pelle di nobile principessa, pelle di ninfa o di dea.

Vide il colore di quegli occhi, talmente intenso che ne fu sbalordito. E guardavano lui, proprio lui, con una concentrazione che era quasi innaturale. E il sorriso si stava compiendo, dall'abbozzo che era, si apriva sulla dentatura candida. Era bello e accogliente, era felice, era per lui.

Ma lei rabbrividiva, e le braccia si stringevano sul petto. Aveva freddo, certo, perché era nuda. Arrossiva e cercava qualcosa con cui coprirsi.

Come imbambolato le porse il lenzuolo candido che ricopriva il letto non utilizzato per tanto tempo. E lei se lo avvolse come un peplo, in modo che ricadesse morbido lungo i fianchi modellati e lambisse appena le caviglie. Il suo collo si piegava attento, le sue dita parevano impegnate in una danza oscura di cui solo lei conosceva il complicato disegno. Le pieghe della stoffa si appianavano al suo gesto e tutto la faceva apparire stupenda, stupenda agli occhi di quell'uomo fortunato.

“Come...ti chiami?” riuscì a balbettare faticosamente, mentre si puntellava al davanzale per rialzarsi in piedi.

E lei, accattivante, sincera, bambina ma già donna, si passava una mano tra i capelli, liberando la nuca arcuata e portandoli in avanti, pettinandoli gentilmente con le mani, svolgendo nodi che non c'erano, catturando i raggi di Elios suo amante.

Venere.

Certo, ovvio. Ella doveva sapere. Ella non avrebbe mai accettato, non gli avrebbe mai suggerito un nome che non fosse il proprio. E ora che aveva preso vita doveva essere per farlo contento, per esaudire ancora una volta il suo desiderio.

Le si avvicinò, solo un passo avanti, mentre il suo braccio si tendeva, il palmo rivolto verso l'alto, e la mano di lei vi si appoggiava. Era una mano delicata, talmente pura che non doveva mai aver sfiorato altro che aria, acqua limpida, stoffe di prima qualità. Ella era una regina, certamente, e avrebbe meritato ben di meglio che quella casupola ai margini di un piccolo paese tra le montagne.

“Ami qualcuno, Venere?”

Lo aveva domandato con titubanza. Nel frattempo le sue dita si perdevano tra i folti capelli di lei, e notava con la coda dell'occhio che parevano veramente oro puro, di quelli con cui sono fatte le leggere catenine delle fanciulle.

Ella inclinò il capo di lato, naturale e meravigliosa, e di nuovo sorrise, e di nuovo i suoi occhi si illuminarono di mille riflessi, e ancora a lui parve di poter volare, di essere stato trasportato in un mondo nuovo, distante mille miglia dalla terra dove aveva sempre vissuto.

Te, e te soltanto.

Un sussurro, eppure lo colse ugualmente. Certo, non poteva essere diversamente. La strinse tra le braccia, sentendola dapprima tremare, poi abbandonarsi. Vide quegli occhi stupendi che si chiudevano, le lunghe ciglia chiare che ombreggiavano le guance, la fronte che cercava riparo sul suo petto. E udì i battiti del suo cuore, leggermente accelerati, simili a quelli di un passerotto caduto dal nido tra le mani del viandante che l'ha raccolto.

Amava lui, era lui che stava aspettando, nel tramonto, era il suo ritorno che aveva atteso. E cercava il contatto con lei, con i suoi baci, con i suoi capelli, perfino con il lenzuolo che la ricopriva. Perché tutto ciò che lei toccava poteva divenire splendido, poteva ammantarsi di magia. Nulla di ciò che lei guardava era più quotidiano, ma assumeva una nuova tinta, un nuovo significato.

“Vivremo insieme, vero? Io e te. E tu non mi lascerai mai, vero?”

Mai, mai più.

Era una promessa, una promessa per sempre. E ancora non riusciva a capacitarsi di tanta buona sorte. Aveva trovato una splendida compagna, aveva realizzato il sogno della propria vita. Sapeva che non avrebbe più scolpito altro, ma non se ne rammaricava. Ella era più di quanto avesse mai potuto immaginare, credere, sognare. Ella era della materia di cui sono fabbricate le nuvole, era una stella caduta per sbaglio nella sua casa.

Rise, come non faceva da tanto tempo, rise e fu felice, e si coricò al fianco di lei, del suo tepore, della sua semplicità.

Ma non andartene, non uscire di qui, o mi potresti perdere. Prometti.

Pareva quasi invocarlo. Annuì, distrattamente. C'era ben altro che lo preoccupava. Ricordò di non avere nulla da mangiare, che da tempo il fattorino non passava più perché egli non lo aveva richiamato. Si morse le labbra. Cosa avrebbe dato da mangiare a Venere? Avrebbe potuto avere fame sin da subito, era una fortuna che desiderasse invece dormire. Ma doveva far presto.

Sentì che la testa di lei si faceva pesante, che il suo corpo si abbandonava. Vide il suo petto sollevarsi e abbassarsi ritmicamente. Sarebbe andato in paese giusto il tempo di comprare un tozzo di pane, qualcosa per sfamarla. E poi sarebbe tornato in punta di piedi, magari entrando dalla finestra per non destarla. Non se ne sarebbe neppure accorta.

Scivolò fuori, poggiò l'orecchio al battente, trattenendo il fiato. Nulla. Sorridendo si avviò lungo la strada.


Egli continuò così per giorni e giorni, fuggendo la notte a comprare il cibo per la sua bella Venere. Non voleva che nessuno giungesse fino alla sua casa, che qualcuno la vedesse. Solo loro era l'idillio, solo per lui la voce di quella fanciulla, il suo soave canto mentre filava, le sue risate argentine quando si bagnava alla fonte, il frusciare leggero delle sue vesti, vesti che lui le aveva comprato. Sulle sue labbra aleggiava sempre un sorriso, incerto talvolta, talvolta luminoso quanto il sole a mezzogiorno. E per lui era sufficiente guardarla, silenzioso, affascinato, e il suo cuore si riempiva di una gioia immane che non sapeva descrivere.

Ma si sa, la curiosità uccise il gatto. Un bel giorno, mentre l'uomo era sceso in paese a comprare il necessario, il fattorino lo incrociò. Lo aveva dato per morto, ormai, e non aveva mai saputo spiegarsi come mai non lo chiamasse più a portargli viveri e acqua. Lo guardò curioso scomparire nel negozio del droghiere, e poi in quello del sarto. Non aveva mai visto lo scultore tanto allegro. Lo udì fischiettare e spalancò gli occhi per la sorpresa.

Decise quindi di andare a verificare nella piccola casa fuori dal paese cosa fosse effettivamente accaduto. Era un buon corridore, il fattorino, abituato ad affrontare le più lunghe salite, e così riuscì a precedere di parecchio il padrone di casa impegnato negli acquisti.

Giunse sotto la finestra quando il sole era ancora basso e nella piccola stanza da letto dominava la penombra. Intravide una sagoma, un corpo nudo di donna, che si stagliava contro la finestra. Era troppo immobile per essere viva, troppo perfetta quell'ombra per appartenere a creatura mortale. E così aprì gli scuri e lasciò che le prime luci spaziassero nell'ambiente, che l'aria fresca portasse via l'odore acre del sonno.

Quello che vide lo lasciò a bocca aperta. Affacciata al davanzale, un braccio a coprire pudicamente i seni, c'era la statua più meravigliosa che lui avesse mai viso. Aveva il capo rivolto leggermente all'indietro, gli occhi lucenti, le labbra semiaperte. Poteva assomigliare a un sorriso, ma si stava mutando in sorpresa l'espressione di quel volto, come se la fanciulla fosse stata colta in fallo, scoperta a fare qualcosa che non avrebbe dovuto. Nella mano sinistra, il braccio abbandonato lungo il corpo, reggeva un lenzuolo di marmo candido, eppure talmente lavorato da apparire leggero ed etereo.

Si sarebbe aspettato lunghi capelli, fluenti. E invece quelli della statua erano corti, proprio sopra la nuca, con un taglio scomposto, quasi se lo fosse fatto lei artigianalmente. E la fronte era leggermente corrugata, forse per preoccupazione o dolore, come se qualcuno le avesse arrecato recentemente offesa.

Guardò e pensò che era, sì, incredibilmente realistica quella statua. Pareva davvero un'amante che avesse smarrito il proprio uomo, che si fosse risvegliata una mattina senza che colui che amava fosse al suo fianco. Davanti a quei piedi così perfetti una veste, veste da fanciulla, nuova di zecca, gettata a terra come se l'avesse perduta, e un paio di scarpe molto graziose, poggiate con l'ordine tipico delle ragazze. A vederli così pareva li avesse ripiegati per poi fare la doccia, o per coricarsi. E a ben guardare accanto ad essi c'era anche un coltello da barbiere, che lo scultore doveva usare abitualmente per radersi e tagliarsi e capelli. Una specie di scena quotidiana, ma congelata tra il reale e il marmo, quasi la ricostruzione dell'inizio di una mattina come tutte.

Fissò quel viso bellissimo, il fattorino, fissò la sua preoccupazione immortalata per l'eternità, e si domandò come si chiamasse.

Venere

avrebbe risposto lei, se solo avesse potuto.

Ma, caro lettore, lei non parlò in quel momento né mai più. E che ne fu dello scultore, al suo ritorno? Che ne era stato prima?

Non lo possiamo sapere. Non sappiamo nemmeno se la fanciulla fosse realmente emersa dal marmo, se Venere si fosse svegliata.

A noi piace pensare di sì, e vogliamo credere, amato lettore, che lo abbia fatto ancora, ogni qualvolta lui avesse varcato la soglia. Ciò che ad occhi altrui era celato, si sarebbe mostrato a lui solo, e lei avrebbe riso, e indossato la veste, e gli avrebbe mostrato come si era tagliata i suoi capelli d'oro per essere più comoda, per lavorare meglio al suo fianco. E lo avrebbe abbracciato e avrebbe fissato nei suoi i propri occhi luminosi.

Ti ho aspettato

avrebbe detto,

mi sono svegliata e non c'eri. Non allontanarti mai più. Promettilo.

E lui avrebbe sussurrato il suo nome, il loro amore.

Venere...



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