Vts - Contest Estivo

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Una notte diversa dalle altre, una scelta diversa dalle altre. Amore e tradimento, vita e morte, peccato e giustizia. Tutto nelle mani dell'unica creatura che potrebbe cambiare le carte in tavola, rovesciare le sorti del gioco. Una donna e il Caduto, un desiderio, un respiro in quelle ore buie che precedono la Pasqua. Un anelito e una risata. Cos'è la libertà? Cos'è la prigionia? Tante domande, due occhi di ghiaccio che conoscono la risposta, che potrebbero darla. Ma non questa notte. [On The Altar Steps]



*-_ Titolo del Sito _-*

Perchance to Dream

Racconto scritto per le vacanze natalizie a cavallo tra 2009 e 2010, sempre con i soliti personaggi pseudo-religiosi. Al di là della verosimiglianza di quanto raccontato, raccolgo qualche spunto pirandelliano per lanciare al tempo stesso una provocazione e quello che spero sia un messaggio positivo. Anche qui, trovo sia una lettura sconsigliata ai più piccoli, più che altro per alcune difficoltà di comprensione che potrebbero esserci nel testo.


Testo

Che mondaccio, signor Gubbio, che mondaccio è questo! che schifo!
Ma pajono tutti... che so! Ma perché si dev'essere così?
Mascherati! Mascherati! Mascherati!
Me lo dica lei!
[“Quaderni di Serafino Gubbio Operatore” L.Pirandello]

 

Signore e Signori, questa è una notte speciale
Questa notte si festeggia, Signori!
La nascita di un Bambino venuto da lontano.
Una notte in cui tutti dovrete essere felici.
In cui non si conosce tristezza, né morte.
Gioite, Signore e Signori!
Si è organizzato per voi un gran ballo.
Tutti saranno presenti.
Danze, cibo, luci, musica!
Non potrete mancare, Signori.
Non potrete mai dimenticare, Signori!

Signore e Signori, questa è una notte speciale.
Questa notte si maledice, Signori!
La nascita di un Bambino venuto da lontano.
Una notte in cui tutti vorreste essere felici.
In cui vedrete come sempre tristezza, e morte.
Disperate, Signore e Signori!
Si è organizzato per voi un gran ballo.
Anche io sarò presente.
Danze, cibo, luci, musica!
Non potevo mancare, Signori. Ve lo garantisco.
Non potrete mai dimenticare, Signori!

 

Prego Signori, prego.
Vengano avanti, si accomodino.
Seguano il loro fedele Pierrot, dalla maschera bianca e nera.
Avete tutti le vostre maschere, Signori?
Una maschera nasconde molte cose, non è vero?
Pensate, forse dietro la mia neppure si nasconde un volto.
Forse solo due occhi galleggianti nel nulla.
E dietro le vostre, Signori, Signore?
Cosa state celando?
A me potete rivelarlo.
Scomparirò con questa notte, con questo ballo.
Non lo saprà nessuno.
Coraggio.
Osereste negare una confessione a quello che potrebbe essere un sogno?
Al vostro fedele Pierrot dalla maschera bianca e nera?
D’accordo, d’accordo.
Si accomodino dunque, come preferiscono.
Ma io mi sarei confessato, se fossi stato in voi.
Le maschere troppo gravate finiscono per cadere, alla fine.
Questi i vostri tavoli, Signore e Signori. Buon proseguimento.

Un galà di uomini mascherati, di donne vestite riccamente.
Un ballo dove nessuno avrebbe voluto rivelare la propria identità. Ma date a un uomo una maschera e finirà per parlarvi di sé. Per mostrarsi più sincero. Questa è  la legge generale, e loro la sapevano bene. Per questo lo avevano organizzato. Dal colmo dei cieli fino al profondo degli inferi messaggeri erano corsi a distribuire gli inviti. Talloncini di carta con un nome e una data, senza indirizzo, perché non sarebbe stato necessario.
Tutti sarebbero riusciti a trovarlo, come in sogno, tutti sarebbero comparsi alle porte del grande palazzo edificato per l’occasione, a metà tra l’Inferno e il Paradiso, su quello squallido quadrato di mondo chiamato Terra.
Un’occasione da non perdere, a cui erano stati invitati i più Luminosi, i degni di riscatto, i santi e i semplici umani. Perché in una data come quella, in un tale anniversario, nessuno poteva essere lasciato fuori. Neppure lui. Avevano avuto il coraggio di inviare un Cherubino fino al suo regno conficcato nel giaccio per avvisarlo.
Un evento straordinario, aveva detto. A cui nessuno doveva mancare. In rispetto delle antiche tradizioni, dell’ospitalità risaputa dei Luminosi. L’invito veniva consegnato ad ognuno. Poi, certo, ognuno avrebbe dovuto valutare secondo il proprio costume. E lui, il Puro, non vedeva come lui avrebbe potuto accettare. In un ambiente di tale candore, come si sarebbe sentito a proprio agio?
Mais no.
Ovviamente, aveva risposto. Perché si sarebbe dovuto scomodare?
E sotto il mantello nero come l’ebano, i suoi occhi avevano avuto un guizzo ironico, famelico. Perché avrebbe dovuto spingersi su un mondo che non lo amava, proprio nella notte in cui la Luce sarebbe stata più forte?
E sotto il mantello oscuro come la notte, la lingua era passata sulle labbra, provocatoria.
Perché avrebbe dovuto dichiararsi un invitato prono, servile, lieto di essere in mezzo a loro a festeggiare ciò che per lui era una maledizione?
E sotto il mantello pesante come tutto il male del mondo un sorriso di intensa ironia aveva deformato quel volto perfetto, sollevando la cicatrice biancastra che lo solcava.

Signore e Signori, ammirate questa sala!
C’è un punto di essa che non sia illuminato?
Riuscite a vedere una sola ombra?
Ebbene, no, questo evento le cancella!
Vedete un solo peccato?
Ebbene, no, qui tutti sono puri!
Vedete una macchia in questo candore?
Ebbene, no, perché qui vi sono leggi speciali.
Qui tutto sarà perfetto,
per sempre.
Un sogno?
Dipende dall’interpretazione, Signori.
Dipende dall’interpretazione.

Signore e Signori, ammirate questa sala!
C’è un punto di essa che sia vera Luce?
Riuscite a sfuggire a una sola ombra?
Ebbene, no, questo evento vi cancella!
Vedete un solo peccato?
Ebbene, sì, qui tutto sono peccatori!
Vedete una macchia in questo candore?
Ebbene, sì, perché qui vi sono le solite leggi.
Qui tutto sarà imperfetto,
nascosto per sempre.
Un sogno?
Dipende da come interpreterete, Signori.
Dipende dalla vostra maschera.

Benveuto, Signore,
Benvenuto anche a lei.
Lasci che questo modesto Pierrot dalla maschera bianca e nera la guidi.
E la sua? Che maschera è?
Molto originale, Signore, tutta bianca, molto originale.
C’è qualcosa oltre quella maschera?
Oh, sì, vedo degli occhi, begli occhi, Signore.
Lei sicuramente sarà tra i ballerini più ambiti.
Mi perdoni la curiosità:
è forse uno dei Luminosi, dei principi di questa notte?
Pare di sì, perché anche Lei emana luce, in fondo.
Quindi è dei Loro?
Oh, le giuro che non dirò nulla, Signore,
questa povera maschera non dirà nulla, sarà solo il fantasma di una notte d’inverno.
A me lo può dire.
Per cosa è Santo, Signore? Quale opera speciale?
Ma non stia lì immobile.
Si accomodi, si accomodi!
Guardi quante altre persone, pure, Luminose suo pari.
Non trova fantastica tutta questa luce?
Non trova fantastico questo evento?
Ebbene, se lo goda, dunque.
Durerà solo una notte.
Un Sogno, Signore?
Dipende, dipende.

Sorrise.
Dietro la maschera bianca che gli celava il volto.
Sorrise.
E i suoi occhi si tinsero di un vago colorito rossastro che l’altro non parve notare.
Aveva scelto il proprio costume con attenzione meticolosa. Interamente bianco, senza una macchia. Bianchi i guanti sopra le dita affusolate, bianchi i pantaloni al ginocchio, bianche le calze e le morbide scarpe. Bianchi i pizzi, le trine, la camicia e la giacca ottocentesca che ne faceva un vero damerino. Bianca la tuba da lord inglese. Biondi solo i suoi capelli, come l’oro, come il grano.
Unico elemento di colore tra il copricapo e la maschera senza espressione che gli copriva interamente il volto. Una maschera teatrale, le orbite vuote che accoglievano i suoi occhi color del ghiaccio, le labbra di ceramica atteggiate in una composta indifferenza.
Purezza, pace. Verità.
Originale, almeno dal suo punto di vista.
Tra tutti quei colori sgargianti, i rossi fiammeggianti, i verdi speranza, i blu intensi, lui pareva confondersi ai muri e ai pavimenti di marmo. Doveva ammetterlo: avevano organizzato tutto alla perfezione, senza tralasciare nemmeno un dettaglio. Alla Corte dei Luminosi non poteva esserci ombra. Avevano trasportato lì, sulla Terra, un frammento del loro mondo, delle più alte sfere.
Le sue labbra si incresparono ancora, ironiche, invisibili. Trovava piacevole aggirarsi tra quei comuni mortali, invitati come in sogno a presenziare, e riconoscere tra di essi qualche raro Luminoso, di quelli importanti. Si confondevano tra gli altri, ma la loro luce era ugualmente visibile, i loro capelli biondi e i loro abiti al tempo stesso nobili e sobri li contraddistinguevano all’occhio attento dell’osservatore.
Nessuno, però, avrebbe mai potuto paragonarsi a lui, in candore e pacatezza. Bianca la sua tenuta, avorio le rifiniture, oro le poche gale. Grano maturo i suoi capelli, fonte stillante il suo sguardo, eleganza a stento trattenuta ogni suo movimento. Sapeva che lo stavano guardando, chiedendosi quale umano potesse in tal modo eguagliarli.
Non provavano invidia, certamente, ma curiosità. Curiosità di potersi avvicinare, rivolgergli la parola, e timore di venire scoperti. Perché, certamente, anche in quella dimensione sospesa, gli uomini, i futuri Beati, i futuri Santi, i futuri Purganti, non dovevano sapere se i Luminosi esistessero veramente. Quello era solo un avviso.
Un, ehi, un giorno potrebbe diventare così per sempre. Vedi di darti da fare.
Raccolse un calice con due dita, avvicinandosi a una dama. Era bella, riconobbe, sarebbe stato interessante rivolgersi a lei, anche dietro un travestimento. La guardò negli occhi, occhi belli.
Guardò lei e vide i suoi pensieri, il suo futuro. Aveva un brillante destino. In un qualsiasi altro momento avrebbe goduto a rovinarlo, ma quella sera aveva un altro scopo, non poteva scoprirsi così stupidamente.
Abbozzò un inchino, prima di scomparire ancora tra la folla, la massa che pareva muoversi senza urtarsi mai, senza scontrarsi mai, senza disturbarsi mai. Ogni tanto qualcuno chiacchierava, coppie si allontanavano, ma nulla turbava la pace di quel luogo.
Che ipocrisia, signori!
Questo pensava.
Date una maschera ad un Dio e si fingerà un uomo.
Date una maschera ad un uomo e non saprà assomigliare a un Dio.
Quanti volti carichi di rimpianto, di dolore, di desideri impuri si nascondevano dietro quelle maschere sorridenti. Eppure bastava indossare un travestimento per diventare qualcun altro. E credere gli altri diversi. Erano tanto abituati a farlo ogni giorno, a calarsi in un ruolo, ad essere attori di se stessi. Provava pena per loro. Pena per la loro presenza. Non sarebbe stato che un sogno.
Oneiron, il signore del sonno, avrebbe forse provveduto al loro risveglio, a farli dimenticare. E sarebbe stata solo una vaga convinzione quella di non poter continuare all’infinito, di doversi scoprire, prima o poi. Una convinzione nata da quella sera e poi, chissà, forse accantonata per sempre.
Era veramente ammirevole da parte del Figlio impegnarsi tanto per riscattarli, per avverare il loro destino. E tanto stupido aver invitato lui, con tutti i rischi annessi. Lui che non aveva più bisogno di maschere, che si vestiva per divertimento, che emanava ancora un potere sufficiente a condurli come il pifferaio con i topi.
“Maschera originale, Portatore di Luce. Cosa rappresenta, la castità?”
Avrebbe riconosciuto ovunque quella voce. Anche tra mille.
Si girò di scatto, gli occhi dilatati in contrasto con l’espressione di ceramica senza turbe. Era Lei, naturalmente, la Viaggiatrice. Ospite scontata di un party tanto eccezionale. Ospite radiosa, in una veste porpora e oro, sul volto la maschera di Slomè, la donna a cui nessun uomo può resistere. Maschera inutile, quando i suoi occhi d’oro sarebbero bastati a renderla il premio più ambito della serata.
Anche con lei i Luminosi erano diffidenti, cercavano di farsi un’idea o forse semplicemente di allontanarla.
Le sollevò una mano tra le proprie, apponendovi un bacio appena sfiorato, elegante, insolito per loro due. Un bacio bianco, perché mai avrebbe scoperto il proprio viso davanti a tutti loro, sotto la loro Luce.
Inclinò il capo di lato.
“Quasi, Signora, quasi. La Verità. Insolito come anche la Verità sia una maschera, non è vero?”
“Non tanto quanto il fatto che nella Luce camminino le Tenebre”.
Un silenzio disteso si allungò tra loro. Non potevano vedere i rispettivi volti, ma sguardi di sorniona tensione bastavano a spiegare cosa pensassero. Non c’era bisogno di altre parole. Si erano inseguiti, avevano cercato di sfuggirsi, e ogni volta finivano per attirarsi, come calamite distanti. La sciagura e la sua causa, la serpe e la donna. Anche dietro quelle maschere annusavano il rispettivo odore come segugi in una foresta bagnata.
“Spero mi vorrà concedere questo ballo, allora. Perché in verità trovo non ci sia qui dama più bella”.
Non aspettò risposta. Quella notte tutto era possibile, tutto era sogno eppure realtà.
E già volteggiava con lei tra le proprie braccia, leggero, nonostante tutto. Leggero, come se avesse le ali. Come se le avesse ancora.
“Sei un angelo”.
La voce di lei era ironica.
Dietro la maschera della Verità, il signore delle menzogne storse la bocca.

Danzate, Signori, danzate lieti!
Non vedete quante coppie già si sfiorano sulla pista?
Non vedete quale grazia accompagna la maschera bianca e la sua donna?
Sono stupendi, non trovate?
Di certo un Luminoso e una Beata, di certo due anime destinate alla Salvazione.
Ma avanti, avanti, non abbiate timore.
Questa notte non ci sono ballerini migliori o peggiori.
Questa notte le vostre colpe non avranno peso.
Vi parrà di volare.
Fatevi avanti, credete al vostro Pierrot.
Durerà il tempo di un respiro.
Ma sarà un respiro intenso.
Mi permettano, signori della Luce, mi permettano di invitarLi.
Io che comunemente veglio alle porte delle anime Purganti,
io con la mia maschera senza volto,
potrò avere l’onore di vedervi sulla mia pista?
Potrò pronunciare i vostri nomi una sola volta?
Gabriehl? Micahel? Rafahel?
Dove sono i Migliori?
Che si facciano avanti.
Dove sono i Prediletti?
Ops, lor Signori mi perdonino.
Forse non è la parola più corretta da pronunciare.
Ma dimenticate, dimenticate!
Questa è una notte per divertirsi, festeggiare.
Nasce, nasce Signori!
Avanti!

Sentiva il corpo di lei tra le dita e sorrideva.
Anche lei pareva lasciarsi trasportare dalla musica. Come sempre, insieme, formavano la coppia più bella. Una coppia impossibile, di quelle che i bambini avrebbero potuto leggere nelle fiabe. Sentiva la mano di lei scorrergli sulla schiena coperta di bianco, sentiva il suo respiro infrangersi contro il candore della maschera, sentiva tutto il suo essere desiderarlo eppure rifuggirlo.
Non avrai paura?
Ma non poteva domandarlo, perché la risposta sarebbe stata affermativa.
Non poteva domandarlo per non perdere neanche un secondo della loro vicinanza. Si muovevano, apparentemente senza direzione, in realtà sempre più vicini al palco rialzato dove il Figlio stava a guardare. Sembianze interessanti, aveva assunto. Quelle di uno splendido fanciullo.
Una maschera sincera, come solo lui poteva crearne. Come solo lui aveva il diritto di generarne. E stava al di sopra di tutti, sorridendo beatamente.
È quello che ti sei perso, pareva dirgli, ma senza cattiveria.
Già.
Peccato.
E sotto la maschera la cicatrice pulsava nervosa.
Sentiva su di sé i Loro occhi, sapeva che ormai anche loro l’avevano riconosciuto. Avevano guardato la sua maschera e avevano scosso il capo.
Oh, come è caduto in basso. Avrebbero pensato. E non si sarebbero neppure resi conto dell’ironia.
Suvvia, Signori, possibile che una menzogna non possa essere una verità?
Possibile lui fosse il peggiore là dentro?
Forse sì, sicuramente sì, ma la sua maschera diceva il contrario.
Si sentiva stranamente lusingato.
Il Figlio si alzò. Non dovette nemmeno richiamare l’attenzione che già la musica era cessata e si era fatto silenzio. Logico. Come in sogno, nel territorio della Luce tutto obbediva perfettamente, la legge era un’altra. La contaminazione degli uomini non aveva rovinato del tutto quell’equilibrio.

Ascoltate, Signore e Signori!
Per gentile concessione
Questa sera soltanto, Signore e Signori
Potrete esprimere un desiderio.
Badate, uno solo.
E sarà avverato.
Per il tempo di una notte.
È Natale, dobbiamo gioire!
quindi fate che sia un desiderio buono, non sprecate un’occasione.
Non deludeteci, Signori.
Aprite la mente,
sognate,
e sarete esauditi.
Bussate,
e vi sarà aperto.
Non è geniale?

Nessuno si faceva avanti.
Lui poteva leggere le loro menti. Volevano oro, ricchezza, potere, fama. Ma temevano la loro richiesta fosse iniqua e quindi di perdere il privilegio. L’avrebbero perso per il loro stesso timore, timore che era consapevolezza. Ma ancora non lo sapevano. L’uomo senza desideri ne sarebbe uscito vincente. Oppure l’uomo accorto, l’uomo parco.
Era stata una strategia interessante.
Geniale.
Ma lui non era un uomo. Lui aveva un desiderio avverabile, un desiderio giusto, un desiderio accettabile. La guardò negli occhi. Si chiese se lei desiderasse lui o semplicemente quello che lui rappresentava. Si chiese se lei lo avrebbe mai capito, se avrebbe mai posto soluzione a quel quesito. Si domandò il Viaggiatore dove fosse e concluse che lei doveva essere scappata ancora una volta.
Povera folle.
La Donna.
Povera, straordinaria, meravigliosa folle.
Si avvicinò al palco, si inchinò senza abbassare il capo. Non portava rispetto, portava una richiesta. Portava il proprio potere in cambio di un desiderio. Terribile, forse, ma giusto.
“Voglio essere uomo, per una notte”.
Un brusio concitato di voci.
Un coro di disapprovazione.
Teste che ondeggiavano a destra e a sinistra.
Vi ho stupito, Signori?
E ancora non sapete il meglio.
Non poteva guardare il Padre direttamente negli occhi, non poteva intuire il suo sommo pensiero. Ma il Figlio era lì, sorrideva, senza apparire contrariato. Tese la piccola mano, una mano che avrebbe un giorno conosciuto sofferenza e morte, una mano che lui avrebbe tentato. Ma in quel momento non poteva saperlo, non avrebbe dovuto. Il ciclo infinito doveva ancora avviarsi. Lui avrebbe cercato di salvarlo e come un ipocrita gli avrebbe offerto ciò che non gli apparteneva, l’avrebbe sfidato e percosso. E l’altro avrebbe bonariamente rifiutato ogni cosa. L’uomo senza desideri. Quello che ne esce vincente.
E il mostro libero. Con un desiderio soltanto.
Sentì il proprio volere investirlo come pioggia. Sentì che la Luce riusciva in ciò che lui aveva chiesto. Sentì scomparire quel luogo, inadatto a un uomo con il suo carico di peccati. Si sentì pesante, buio, senza potere
Abbassò una mano. Sotto le sue dita c’era la neve. Come se avesse solo sognato. Come se i Puri e i Luminosi non fossero mai esistiti, come se i peccatori, quelli normali, non fossero stati da qualche parte là attorno nascosti dalle maschere. E Lei non fosse stata tra loro, a guardarlo sparire.
Era solo, nella neve, con la propria maschera. Con il proprio abito bianco. E tutto il male che si era sempre portato dentro. Ma non era più lui. Era umano, per una notte. Uno furbo si sarebbe confessato, ora, avrebbe ripulito il proprio peccato e avrebbe eccepito la propria purezza una volta scaduto il tempo.
Ma avrebbe voluto dire fare loro un favore.
E poi lui non era furbo.
Solo scaltro.
Abbastanza da sapere che la conversione non era ammessa in quel desiderio realizzato.
Andiamo con calma, questo era ammesso.
Aveva poco tempo. Un poco tempo in cui la natura non lo avrebbe rifuggito, in cui si sarebbe potuto immergere in essa. Spogliò la maschera. Spogliò la giacca e la camicia. Sentiva la propria pelle sotto le dita, ma nel buio non emanava alcuna luce. Sentiva le cicatrici lungo la schiena, le immaginava rossastre, dolorose.
Si distese con la schiena nella neve.
Era fredda.
Quindi questo sentiva un uomo.
Era bagnata, morbida, accogliente.
Gli penetrava tra i capelli e nelle orecchie, nei pantaloni e lungo le gambe. Era come acqua, era come non la ricordava.
Espirò e una nuvola di vapore si disperse nel cielo nero.
Chiuse gli occhi, cominciando a sentire brividi di freddo, freddo di quello comune, scuoterlo da capo a piedi.
Era un uomo.
Era un uomo.
Era un uomo.
Un. Uomo.
Si rialzò, guardando la propria traccia nella neve. Sembrava la sagoma di un angelo. Sorrise, sarcastico. Anche questo non l’avrebbe potuto fare, se non fosse stato umano.
“Senta, lei, ma è matto?”
Guardò la donna che lo fissava. Era appesantita da una giacca pesante e da troppi anni trascorsi sulla terra. gli tendeva una coperta che probabilmente era stata fino a poco prima avvolta attorno al suo corpo. Poco distante una macchina rombava nella notte, i fari puntati come occhi terrorizzati attraverso l’oscurità.
Le sorrise, scuotendo il capo.
“Ma non lo sa che è la notte di Natale, non ha un posto dove andare?”
Scosse ancora il capo.
Brava vecchina, che rischio dopo tutto? Il Caduto è in pensione, questa notte.
Avrebbe voluto dirglielo, ma tacque. Era irrilevante.
“Su si metta questa e venga con me. Gioventù, santo iddio, cosa ne faremo di voi?”
La seguiva, bofonchiante, la seguiva nella sua unica notte da uomo.
Che avrebbe potuto trascorrere con una donna, con un’amante, come tutte le altre notti sulla Terra. E invece si apprestava a trascorrerla in casa di quella strana creatura umana, che lo aveva raccolto seppure sconosciuto che lo aveva coperto. Lui. Lui, il Caduto.
Ah!
Lui.
Rabbrividì e rise sommessamente, lungo tutto il viaggio.
Lui!

Signori, avete espresso un desiderio?
E cosa avete chiesto?
Oro, ricchezza, fama, amore?
Per una notte soltanto, via!
Non vi pare uno spreco?
Una notte non è che un sogno.
Finirà presto.
E cosa avrete tra le mani?
Niente altro che neve, neve gelata.
Ma si scioglierà anche quella.
Peccato.
Avete perso un occasione, Signori.
Buon Natale.

Signori, ho espresso un desiderio.
Sapete cosa ho chiesto?
Oro, ricchezza, fama, amore?
No, per una notte soltanto
Ho chiesto di essere umano.
Per il tempo di un sogno.
Finirà presto.
E cosa avrò tra le mani?
Niente altro che calore, calore tiepido.
Ma si raffredderà anche quello.
Peccato.
Ho guadagnato un’occasione, Signori.
E’ Natale, dopo tutto

Emerse dal bagno avvolto da una nuvola di calore.
Non aveva mai fatto una doccia, non si era mai bagnato, non si era mai asciugato e non aveva mai potuto camminare a piedi nudi su un pavimento Terrestre.
Si era guardato allo specchio, si era trovato bello. Maledettamente bello. Senza neppure la cicatrice sul volto. solo due segni sulle spalle, quasi due macchie tatuate. Originale.
Emerse dal bagno e sollevò la tazza fumante tra le mani.
Era stato rivestito e ora sedeva a festeggiare – quale ironia! – il Natale con quella donna senza eredi.
Lei parlava, parlava e lui rimaneva ad ascoltare. Aveva sempre saputo ascoltare. Anche se non avrebbe potuto trascinarla con sé, questa volta.
Ascoltava, e sprofondava nella poltrona, lasciandosi abbracciare da quell’atmosfera. Ascoltava e memorizzava ogni singola sensazione. Non avrebbe mai potuto raccontarlo ma, si sa, sarebbe stato sufficiente.
Chiuse addirittura gli occhi, ad un certo punto, e non percepì incubi e dolore nascondersi dietro le palpebre. Aveva sonno. Lui, la creatura che non avrebbe mai potuto dormire. Lui, che nei suoi incubi vedeva la luce.
Ora desiderava abbandonarsi a quelle chiacchiere, a quella vita. Per sempre. E ricadere nell’inferno poi, quando tutto fosse finito.
Ma Natale è solo per una notte. Per questo si alzò prima della mezza, badando di aver indossato nuovamente i propri vestiti, di essersi del tutto coperto.
Per questo abbracciò quella donna e uscì prima che lei potesse vederlo. E si piegò nella neve, il volto premuto sul terreno, aspettando che al dodicesimo rintocco questa si squagliasse e lo precipitasse nuovamente nel proprio ventre sempre gravido e sempre gelato.
Con un sorriso vago sulle labbra. Non era rimasto invano, per quella notte.

Il ballo finisce, Signori.
Tutto finisce, prima o poi.
Scuseranno questo povero narratore, questo povero Pierrot dalla maschera bianca e nera.
Perchè vi ha raccontato una storia incompleta, triste forse.
O forse solo un sogno.
Lo scuseranno se vi ha fatto danzare o se non avete espresso il vostro desiderio in tempo.
Non piangano, Signori.
Avranno un’altra occasione, un altro Natale.
Ora festeggiate, gioite, alzate i calici.
La storia qui finisce.
Sicuro.
Togliamoci la maschera.
Dimentichiamo tutto questo.
Indossiamo di nuovo la vita.
Ci attende un nuovo giorno.
E Auguri, Signori, Auguri!.
Fine
E
A u g u r i.

 

La Viaggiatrice attraversò la distesa innevata dove fino a poco prima era sorto il Palazzo della Luce. Era tutto finito.
Peccato.
Una bella festa.
Non aveva trovato un desiderio da esprimere, alla fine.
Solo lui, quel maledetto Prediletto, lo aveva trovato. Li aveva gabbati tutti.
Sorrise.
Tipico da parte sua. Fare i propri interessi e scomparire nel nulla.
Si domandò se avesse trascorso una notte felice, da umano. Si domandò come fosse. Non lo ricordava più.
Poi guardò il prato coperto che avrebbe dovuto attraversare. E il suo cuore, o qualunque cosa avesse ormai al posto di esso, ebbe un balzo.
Nella neve erano stati tracciati dei solchi, delle lettere. Delle parole.

Ti. Amo.

L’ultimo punto era profondo, circolare, la traccia di un corpo ingoiato.
Bugiardo.
Questo pensò.
Come puoi tu amare? Tu, creatura rinnegata?
Forse da uomo. Forse…
Le parve di sognare, per un attimo.
Poi.
Bugiardo.
Lui sarebbe rimasto un bugiardo in qualsiasi forma. Si portò le mani al cuore.
Buon Natale anche a te.
Pensò.
Prima di riprendere a camminare.




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