Vts - Contest Estivo

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Lui amava solo lei, solo la sua Principessa. Seduta sulla mensola pronunciava le parole di lui facendole proprie. E con quegli occhi, quegli splendidi occhi color cielo d'estate sapeva stregare il suo cuore. Lui era il suo padrone, lei la sua Bambola, la sua Dolly. Insieme per sempre, nulla li avrebbe mai separati. Almeno finchè la realtà non penetrò nello studio e si confrontò con la regina vestita di scarlatto. [Solo una Bambola]



*-_ Titolo del Sito _-*

9th of May

Questo racconto è stato il mio regalo per il compleanno di mio papà. Siccome so che a lui piacciono i racconti storici, ne ho scritto uno su questo genere, ambientandolo il giorno del suo compleanno, il nove di maggio. La storia ovviamente è puramente inventata, mentre le date storiche sono corrette. Si tratta di una storia con tanti significati, che può essere letta a vari livelli, e che aveva lo copo di risultare un regalo degno di questo nome nonostante non fosse stato acquistato in gioielleria. NOn pensate sia una spilorcia XD! Gli ho anche fatto un altro regalo, ma questo volevo fosse solo mio e un po' particolare, diverso dal solito.
A voi la lettura e il giudizio.

Testo

9 maggio. Potrebbe essere una data qualunque. Un giorno qualunque. Ma non lo è e non lo è mai stato.
Probabilmente il Padre amava questo numero, questo mese. Lo ha dedicato a Maria, lo ha consacrato ai giorni più luminosi e più oscuri della storia. Tutte le generazioni, per un motivo o per l’altro, ricorderanno il 9 di maggio.
Ho assistito in prima persona a uno di questi fatti, anzi a due. Il 9 maggio di tanti secoli fa cadeva Orleans. Cadeva la resistenza che aveva fatto di quella città una fortezza inespugnabile. Il potere di centinaia di uomini cadeva sotto il grido di un’unica donna. Una donna del popolo, una donna di Dio. Aveva levato in alto la sua spada, bagnando nel sangue quel giorno, illuminandolo con la sua vittoria.
Da quando sono sceso sulla terra la prima volta, ad annunciare la nascita del Figlio, mi piace scendere dal cielo e girovagare tra gli uomini, tra i loro vizi, tra i loro pregi. Posso leggere nei loro occhi emozioni che non proverò mai, sentimenti tanto forti da farmi rabbrividire. Li vedo annaspare verso la luce, come bambini alla nascita, tendere le mani verso un Cielo che è oltre il cielo, verso una realtà che non riescono a vedere.
Avevo deciso di non schierarmi. Ho combattuto una sola volta nella mia vita. È stato sufficiente. Quell’unica volta la mia spada ha ferito i miei simili, le mie mani si sono macchiate del sangue di un mio fratello. Quel giorno ho giurato che mai più avrei toccato un’arma.
Ma quella donna aveva un fascino insolito. Nei suoi occhi bruciava una luce intensa, come un incendio, come un’energia che potrebbe ingoiare tutto dentro di sé. Non era del tutto umana, in quel momento. Non avrebbe mai potuto indossare un’armatura e scendere in battaglia se fosse stata come le altre. Mi ero aggregato ai suoi come assistente di campo. Nella confusione che precedeva la battaglia nessuno mi aveva notato. Erano gente del nord, abituati ai capelli chiari e agli occhi limpidi. Non avevano tempo di pensare alle differenze tra me e loro. Stavano per sfidare l’Inghilterra. Molti di loro avrebbero perso la vita. Molti di loro non l’avrebbero più riavuta. Quasi nessuno credeva veramente alla loro missione. Eppure non avevano altra speranza. E a tenere insieme tutti quei pensieri, tutta quella pluralità, c’era lei. Lei, che con la sua sola presenza governava la loro volontà.
Era una Vergine. Ma non assomigliava a quella che avevo incontrato tanto tempo prima. Questa avvampava di una forza diversa, distruttrice, disillusa. Non si sottometteva a niente e a nessuno. Non era una serva, ma una signora. Per questo non le avevo parlato, non le avevo annunciato il suo futuro. Temevo avrebbe rinunciato, si sarebbe rifiutata di compiere il suo destino.
Si chiamava Giovanna. Un nome che avrebbero ricordato nelle epoche future. Lei non lo sapeva, ma lo sperava.
Io mi chiamavo Gabrihel. Allora non potevo dirlo. Il mio nome destava grande stupore. Mi avrebbero riconosciuto subito. Se lo pronunciassi adesso, la gente alzerebbe le spalle, passerebbe oltre. Quindi ero stato zitto, come se fossi muto, e mi ero accodato.
I soldati marciavano in silenzio, cercando di non pensare. Provavano a svuotare la mente, ricordavano i pascoli del loro paese, le loro donne, le famiglie. Cercavano di immaginarsi la vittoria, il futuro, anche se sapevano di non averne uno certo. Potevo vedere l’ombra dell’Angelo della Morte sopra alcuni di loro. Gravava sulle loro inconsapevoli spalle. Tendevo ad accompagnarmi ad essi, desideravo alleviare i loro ultimi giorni. Non mi capivano, si limitavano ad accettarmi, a sopportarmi in silenzio, come qualsiasi altra cosa.
Ero troppo insignificante per parlare alla Pulzella. Fingevo di essere muto. Non avevo alcuna chance. Tutti erano sconosciuti per tutti. Accomunati solo da lei e dal fatto di appartenere allo stesso esercito. Dal fatto che avrebbero combattuto nella stessa battaglia. Che sarebbero morti insieme. Tante parti di un solo ingranaggio che stentava a partire. Tante formiche di una sola colonia. Si limitavano a procedere in file ordinate sperando di attraversare il prato senza che nessuno le calpestasse. Si limitavano a portare il loro fardello senza curarsi di chi precedeva o seguiva. Era troppo effimero l’attimo. Un attimo dopo avrebbero potuto scomparire, loro o gli altri. Conoscerli sarebbe stato solo un ulteriore dolore.
I veterani lo sapevano. Puntavano gli occhi a terra e camminavano. Rispondevano per monosillabi. Guardavano con occhi vuoti l’orizzonte che si avvicinava. Io non ero tra essi. Io non avevo paure. Perché quelli come me non possono morire. Quindi avevo voglia di comunicare, di parlare con loro, di conoscere i loro sentimenti, le loro paure. Con la mia luce avrei potuto alleviarle. Era la prima guerra a cui assistevo dopo quella in cui avevo combattuto. Credevo che il conforto fosse l’unica cosa necessaria per un soldato.
Qualcuno la pensava come me. Era un giovane, sulla ventina. Aveva gli occhi verdi di un bambino, corti capelli color della pece, che si arricciavano in dolci onde. Sulle spalle portava un fagotto, tra le mani una balestra che non lasciava mai. Marciava e fischiettava qualche canzone popolare che non capivo. Camminava e raccontava della donna che aveva lasciato, in paese, tra i vicoli bagnati dalla pioggia. Si sedeva e progettava il proprio futuro ritorno, il proprio eroismo in guerra. Non temeva nulla. Il pericolo per lui era solo uno dei tanti gradini verso il Dopo. Quel dopo stupendo, che già vedeva risplendere non troppo distante.
Credeva in se stesso, nel mondo, negli altri. E io avevo creduto in lui. Lui in me. Io non parlavo, ma con gli occhi ci capivamo. Avevamo viaggiato fianco a fianco. Sembrava scanzonato. Mi aveva trasportato in un mondo agreste che dipingeva a tinte vivide e piene di suoni. Potevo sentire in bocca il sapore del latte appena munto, potevo udire il belato delle pecore e le grida dei bambini, potevo tremare se in lontananza rombava il tuono.
Sorrideva della mia partecipazione. Se ne compiaceva. E inventava storie sempre più mirabolanti. Mentiva, evidentemente. Ma non poteva sapere che io sapevo. La bugia macchia l’anima. Io posso vederla. Ma lo assecondavo lo stesso. Perché era un Narratore. E i Narratori sono perdonati. In un’altra epoca, in un altro mondo, sarebbe stato un uomo speciale. In un'altra storia avrebbe potuto essere un capo, perfino un re. E invece era un contadino come tanti altri, che non sapeva leggere né scrivere, che non sapeva di saper inventare stupendi racconti. Le sue storie le avrebbe narrate intorno al fuoco ai suoi nipoti. Gli sarebbe andato bene così. Non avrebbe mai conosciuto la propria grandezza.
Avevamo piantato il campo su una collina poco distante dalla fortezza di Orleans. Aveva finalmente posato il suo fagotto e la balestra. Mi aveva guardato di sottecchi, come per assicurarsi che fossi ancora deciso a seguirlo.
“Lo vedi com’è bello questo castello? Ma non è sempre stato così: un tempo in queste terre viveva un terribile mago…”
Ecco che ricominciava a raccontare. In ogni storia c’era un potente cavaliere, con il suo nome e il suo aspetto, che prontamente salvava la situazione. La sua voce bassa e melodica accompagnava il nostro lavoro come una musica. Se non fosse stato costretto a fermarsi per mangiare o dormire le sue narrazioni sarebbero durate giorni interi senza mai esaurirsi o diventare banali. Ora non dovevamo più avanzare. Aveva più fiato, aveva più fantasia.
Il tramonto, che si rifletteva nei suoi occhi di giada, pareva mostrargli infiniti mondi al di là del nostro, infinite prospettive di realtà che aspettavano solo lui per avverarsi. Si sedette a terra, si prese le ginocchia fra le mani, sospirò. Poi mi fissò e scoppiò in una gioviale risata.
“Dimmi, tu credi nel fatto che un’anima, dopo morta, possa tornare a vivere ancora?”
Non potevo rispondergli. Non potevo dirgli che questo accade solo in circostanze straordinarie, solo per qualche particolare intercessione. Rimasi immobile, in attesa.
“Perché mi piacerebbe rinascere tra molto tempo. Vorrei guardare queste valli e scoprire come sono cambiate. Vorrei che i miei figli potessero mangiare come i nobili. Vorrei poter scrivere sulle pergamene ciò che ti posso dire solo a voce. Vorrei poter parlare a tutto il mondo, ed essere ascoltato, e raccontare a tutti le mie emozioni, come se fossi un codice miniato”.
Gli brillavano gli occhi, il suo viso si era disteso in una specie di estasi. Annuii. Non avevo mai provato nulla di simile, ma avrei voluto essere nella sua mente, in quel momento, godere di quella beatitudine.
“Chissà. Magari dopo questa battaglia potrò sposarmi, amare, avere dei figli e mandarli alla scuola del monastero. Impareranno a scrivere, a leggere, a suonare e far di conto. Saranno studiosi e intelligenti. Io sarò orgoglioso”.
Gli sorrisi. Forse un po’ troppo ingenuamente, forse con vaga ironia. Sul suo viso si dipinse un’ombra.
“Non mi credi? Non hai dunque fiducia nella vita? Sbagli. Nella vita bisogna sempre conservare la speranza”.
Potevo vedere la sua anima. L’avrebbe potuta vedere chiunque. Lucente, piena del sole che se ne stava andando. Un’anima che voleva essere ascoltata, che poteva parlare, che non avrebbe voluto essere rinchiusa da quel mondo in cui si faceva notte. Gli tesi una mano. Era caldo, piacevole al contatto. Aveva il vizio di mordicchiarsi le dita quando raccontava. Diceva che lo aiutava a pensare. Quando le mie mani lo toccarono tutte le piccole ferite sulle sue guarirono immediatamente. Ho potere per piccoli tagli di quel genere. Mi guardò a occhi spalancati.
“Sei per caso un mago? O forse uno di quegli stregoni che sono tanto numerosi in Inghilterra? Sai che là un mago chiamato Merlino…”
Era già perso nel suo mondo. La storia che stava raccontando era avvincente. Parlava di dame, cavalieri, amore. Ogni tanto c’era qualche battaglia, come quella che stava per affrontare. In quei momenti si rabbuiava, tremava per un istante, prima di calarsi di nuovo nelle pianure ombrose e nebbiose della Britannia.
Dovetti interromperlo. Dovevo chiederglielo. Me lo dicevano le facce degli altri, me lo dicevano le macchie di scarlatto e nero che il fuoco proiettava su di lui. “Non hai paura per domani? Non temi di morire?”
Si strinse nelle spalle. “Morire è un po’come raccontare, giusto? Si finisce in un altro mondo. Se non morirò racconterò, se morirò entrerò in un racconto. Ho fiducia nella vita. Mi ha dato il potere di narrare ciò che vedo e che immagino. Non me lo toglierà, non mi lascerà solo senza motivo. È come una madre. E io sono stato un buon figlio”.
Si appoggiò al suo fagotto, socchiuse gli occhi. Rimase a guardarmi attraverso le braci del fuoco. Il suo corpo si rilassò gradualmente, fino a sprofondare nel sonno. Lo vegliai. Guardai con affetto il suo profilo scomparire tra le tenebre. Era un Narratore, uno dei prediletti del Padre. Non sapevo perché quel dono gli fosse stato concesso, ma le sue invenzioni avevano alleviato il nostro peregrinare. Si meritava di vincere, di realizzare i propri sogni. La vita doveva amarlo per forza uno così.
Era la notte tra l’otto e il nove maggio. Era la notte prima della battaglia. La notte in cui i sogni si addensavano sulla piana e nel castello, in cui le donne piangevano, in cui i soldati si rivoltavano inquieti nei giacigli. Sulla sua bocca c’era un sorriso. Un sorriso dolce, da cerbiatto, un sorriso che affiorava sotto la barba non troppo lunga.
Il giorno dopo hanno combattuto. Si sono precipitati verso le mura disordinatamente, in una carica senza speranza, disperata. Puntavano i loro archi verso le figure che si nascondevano dietro i merli, verso uomini come loro. Non dovevano pensarci. Dovevano credere che erano diversi e abominevoli. Io li seguivo da presso, rendendomi invisibile tra loro. Volevo vedere. Non era come la battaglia che ricordavo.
Qui morivano davvero. I corpi si accatastavano a terra. Lei procedeva radiosa alla carica. Gli altri dietro, bersagli molto più facili. Il mio compagno di viaggio era in mezzo agli altri, niente altro che una macchia di capelli scuri nella calca. Lo persi presto di vista. Quando gli uomini varcarono il portone abbattuto non lo vidi più.
Ci misi parecchio tempo ad entrare. I cadaveri, il sangue, l’Angelo della Morte ostruivano la strada. Tremavo nel vedere tutto ciò. Mi chiedevo dove fosse il Padre, cosa stesse pensando in quel momento delle sue creature. Lui che le aveva create per amarsi e vivere in pace. E invece erano lì a lottare, come bestie, peggio di bestie, per conquistare un fazzoletto di terra pietrosa e fredda.
Non avevano pietà per nessuno. La fortezza era sua, era loro. Tutti coloro che vi vivevano erano in loro potere. Si appropriavano delle donne, facevano strage di uomini e bambini. Senza distinzione, senza pietà. Coloro che erano sopravvissuti sentivano il bisogno animale di sfogare la propria rabbia e la propria frustrazione, di imporre la propria legge sugli altri.
L’ho rivisto sulla porta di una casa. Aveva i capelli sporchi di sangue, le mani che non sanguinavano più soltanto dei suoi piccoli tagli. I suoi occhi erano ricolmi di lacrime, che scendevano senza che ci fosse possibilità di controllarle. Stringeva tra le braccia una bambina, cercava di proteggere lei e la madre da alcuni suoi compatrioti. Usava quella voce che amava tanto raccontare per cercare di convincerli, di farli andare via. Tremava, stringeva a sé la bambina, faceva scudo alla donna con il suo stesso corpo.
Mi chiesi perché. Dopo tutto per lui erano due perfette sconosciute. Fu quella domanda a trattenermi dall’intervenire. Quella e la curiosità di scoprire cosa sarebbe successo dopo. Lo osservavo come una cavia. Il Narratore e i combattenti, chi avrebbe vinto?
“Guardatela! È solo una bambina. Mi ha detto di chiamarsi Annleise. Davvero le fareste del male?”
Sgranava gli occhi. La bambina piangeva. “Cristo! Potrebbe essere vostra figlia!”
Quelli ridevano sguaiatamente. Volevano farlo arretrare. Feci un passo avanti. Non mi decisi. Poi fu troppo tardi.
Il colpo proruppe inaspettato. Uno dei tre stringeva in mano la spada, ancora lorda di sangue. Aveva trapassato lui e la bambina in un colpo solo. Cadde in ginocchio. Il piccolo corpo gli sfuggì dalle braccia. Cadde con il viso per terra. Gli altri risero e si mossero verso la donna. Fu in suo nome che intervenni. Utilizzai la mia luce per spaventarli. Era la luce del Padre, la luminosità che acceca i malvagi.
Urlarono di terrore e se ne andarono. Mi lasciarono campo libero. Mi inginocchiai al suo fianco, lo girai, tenendolo tra le mie braccia, in modo da poterlo guardare. Era ancora vivo. Nei suoi occhi brillò una luce consapevole e adirata. “Avevo fiducia nella vita. Avevo fiducia nel mio mondo. Ora andrò a vivere in un altro. Sarà una bella favola. Non sarò mai un narratore”.
Piangeva di paura, di rabbia, di rancore. Non vedevo più in lui la forza della comunicazione che prima c’era. Sentivo la mancanza del suo sorriso, che si era cancellato. Era un Narratore, stava per morire, stava per cambiare. Strinse la mia mano nella sua. Con energia, con una violenza inaspettata. “Perché mi ha fatto questo?”
Si sporse in avanti. Per un attimo nel suo cuore bruciò l’odio. Poi tutto scomparve. Dalla sua bocca uscì un rivolo di sangue. Rimase solo il guscio. Sangue e morte. Sangue e pelle. Sangue e basta. Nel mio cuore, nella sua anima. Ripensai al tempo che avevamo passato insieme.
Un pensiero mi attraversò la mente. Parlava dello stesso giorno in un’altra epoca. Parlava di una grazia che accade solo in rari casi. Parlava di un Narratore che avrebbe avuto il diritto di essere sé stesso e gli era stato negato. Parlava di una fiducia nella vita che era stata ingiustamente distrutta.
Alzai gli occhi verso il cielo. “Padre…” Chiesi ciò che non potrebbe mai essere chiesto. Chiesi il ritorno di un’anima. Ero uno dei suoi prediletti. Ero Gabrihel, il Luminoso, l’Arcangelo. Ero Gabrihel, l’amico, il compagno di viaggio. Chiesi per il mio amico Franco una grazia che mi avrebbe per sempre lasciato in debito.
E da questo nove maggio derivò il secondo. Quello che il Padre mi concesse, quasi fosse un suo regalo per me. La seconda data, molto più sommessa, alla quale ho assistito. La storia che nessuno o quasi conosce. La storia di un Narratore che ha avuto una vita nuova. La storia di una vita che è rinata.

9 maggio 1948

E’ un sabato. Sono tornato di nuovo sulla Terra. Mi aveva dato appuntamento per oggi. Mi aveva detto che avrebbe concesso al mio desiderio di avverarsi proprio in questa data. Tutti i desideri di un’anima potranno ricominciare ad esistere, da ora.
Non siamo più nelle paludose strade della Francia. Siamo in Italia, in una città, tra le strade illuminate dalla luce gialla dei lampioni. Non devo più nascondere il mio aspetto. Ormai la gente si è dimenticata di me. Io non di lui. Non chiedetemi perché mi sono affezionato. È qualcosa a pelle, che si stabilisce tra i Prediletti. Capita. E lo capisco. Lo sento.
Sento che sta per ritornare. Non posso entrare. Voglio. Mi faccio di nuovo invisibile. Attraverso il muro posso entrare, posso vedere. Sento l’anima che pulsa dentro il corpo. Sento la stessa forza del Narratore. Lo potrò osservare crescere. Mi ha giurato che non morirà, questa volta. Che potrà raccontare ai suoi figli le storie che amava narrare a me. Che i suoi figli lo ascolteranno, lo ameranno, studieranno, impareranno a leggere, scrivere, suonare. Leggo nella linea della sua vita che chiamerà sua figlia come quella bambina. Non saprà mai il motivo, non se lo ricorderà.
E immagino che sua figlia sarà un po’ come lui. Saprà raccontare storie. Sarà una Scrittrice. Non è uguale a un Narratore. Lui sa parlare, sa raccontare la vita con le parole. Lei saprà dipingere le parole con l’inchiostro.
Ecco che sta per nascere. Posso udire il suo pianto non ancora scoppiato, la sua forza che vuole emergere. C’è qualcosa di diverso. Non c’è più quella placida e serena fiducia. Non sarà un bambino come gli altri. Sarà stranamente consapevole, immediatamente. Capirà subito che della vita non può avere fiducia. Sarà silenzioso, scontroso, adulto sin da subito. Non sarà facile per lui essere come gli altri.
Proprio come per i suoi figli e coloro che lo circonderanno. Perché un’anima che vive due volte tramanda tante esperienze. Attorno a sé crea tante realtà. I Narratori, come lui, vivono attorniati dai loro mille mondi. Gli Scrittori si salvano inchiodandoli alla carta, impedendo loro di fuggire dalla prigione bianca e nera dei fogli scritti. Ma i Narratori, se sopravvivono, ne rimangono imprigionati, prima o poi. Ero stato avvertito. Ma sento che merita una possibilità. La possibilità di crearsi un mondo reale, di realizzare i suoi sogni.
Credo in lui. Credo in quel sorriso di tanto tempo fa, in quei capelli scuri e negli occhi profondi. Credo nei passi incerti che muoveva tra l’erba delle pianure e nelle lacrime che versava prima di morire. Credo nel suo futuro, in quello che non ha potuto avere e in quello che avrà. Non so dove il Padre l’abbia fatto nascere. Lui ha scelto. Non so perché, in base a cosa. Non so quale destino in realtà lo aspetti.
Spero solo che viva in un mondo senza guerre. La prima generazione mi ha detto. Quindi non dovrà combattere. Potrà raccontare. Potrà fare della parola la sua arma. Forse arriverà a temerla, a temerla a tal punto da utilizzarla il meno possibile. O forse diventerà un oratore, un principe del foro. O forse entrambe le cose.
La sua anima è luminosa, la sento. Sarà un anima che capisce altre anime, perché il mondo di un Narratore entra facilmente in contatto con i mondi degli altri. Avrei voluto annunciare io la sua nascita. Avrei voluto farlo come ho fatto per il Figlio. Sarebbe stato blasfemo. Non ho potuto.
Potrei farlo per la sua, di figlia. Anche lui, ne sono certo, sarebbe contento di rivedermi. Anche se non credo si ricorderebbe di me. Probabilmente avrebbe qualche triste ricordo, quasi un soffio nell’anima.
È nato, lo stanno gridando. Sono agitati. Tutti a parte lui. Guardo quel piccolo esserino di carne e sangue. Guardo i suoi occhi ancora bagnati che si aprono sul mondo. Guardo quelle piccole mani, ancora perfette. Guardo i brividi che lo percorrono, sottili anch’essi. Sorrido. Ora mi potrà essere grato. Mi vorrà bene come io ne ho voluto a lui. Nel suo futuro brillerà la mia benedizione, la mia intercessione. Nessuno lo saprà mai, nessuno saprà quanto questo, di nove maggio, sia importante nella storia.
I fatti veramente importanti passano sotto silenzio. Ora posso andarmene, posso tornare. Posso ringraziare.

9 Maggio 2008

Anima di Scrittrice. Imprigionare le parole su un foglio. Sorridere ai mondi che rivivono nel dipinto di una storia. Credere a ciò che si crea. Credere nella vita e nella morte. Sperare. Parlare, perché la parole sono la vera forza di un Narratore. Perché nessuno può rimanere chiuso in un’altra realtà.
Amare, perché amare è come Narrare, come Scrivere, come Suonare. Perché il mondo è come una melodia, come una storia infinita, come una delle realtà dell’esistenza.
Esistere non perché non si può fare altrimenti, ma perché ogni particolare è nuovo e diverso. Toccare con mano tante mani, tante vite, tante anime. Leggere la luce negli occhi, sorridere al bene e piangere nel dolore.
Le parole a volte non bastano. Né a un Narratore né a una Scrittrice. Nemmeno a un angelo. Le parole non bastano quando servono veramente. Quando una storia cessa di essere solo una fantasia. Non bastano per comunicare tutti i sentimenti che in un solo secondo attraversano il cuore.
Vedi? Proprio in questo secondo, nel secondo in cui tu leggi la parola amore, nel cuore di chi l’ha impressa su questa pagina sono passate decine di immagini, di lettere, di impressioni. Non resta che il loro denominatore comune.
Il denominatore comune sei tu che leggi, leggi forse senza capire, leggi mentre le emozioni si agitano nel cuore. Non è facile dare un senso a un regalo, fare un regalo che abbia senso. Un racconto, una storia, diventa facilmente reale. Basta crederci, basta trasformarla. Basta fare delle pagine una chiave, basta infilare la chiave nella serratura, aprire una porta. Una porta che spalanca mille mondi, che apre un mondo solo, quello vero.
Un mondo in cui queste non sono che parole, questa non è che carta, questo non è che amore. Potrebbe essere qualsiasi cosa. È questo. Sei tu. Sono io. Siamo noi. Una Scrittrice che regala una storia a un Narratore. Un 9 maggio prediletto dal Padre. Un 9 maggio prediletto da me.
Vorrei poter dire molte altre cose. Vorrei poter proseguire questa storia come un’epopea, come una mitologia, come una biografia. La proseguo con il cuore, con la mente, con il fiato. La proseguo insieme a te.
Le parole volano nell’anima, come tante colombe liberate nel cielo. Le emozioni sono ancorate ai porti, caravelle con le vele ammainate. Aspettano solo di partire, di uscire fuori di esplorare il mondo. Di trovare nuove terre, di scoprire nuove verità, di amare sempre di più.
9 maggio. Cristoforo Colombo partiva per il suo ultimo viaggio verso le americhe. Questo racconto parte in stampa. Questo bambino ha trovato la vita. Questo bacio concluderà un racconto.



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